L’economia italiana nella
seconda metà del Novecento
Corso di Storia economica
2014-2015
Durata 7 settimane; conclusione prevista
5 novembre 2014
Una bibliografia di base 1
(a) Testo obbligatorio:
• Augusto Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione
alla moneta europea, Torino, Bollati Boringhieri, 20002 o edd. successive;
(b) uno a scelta dei seguenti testi:
• Salvatore Rossi, La politica economica italiana 1968-2007, Bari-Roma,
Laterza, 20082;
• Michele Salvati, Dal miracolo economico alla moneta unica europea, in
Storia d’Italia. 6. L’Italia contemporanea, a cura di G. Sabbatucci e V.
Vidotto, Bari-Roma, Laterza, 1999, pp. 321-438; oppure, in una versione
praticamente identica, ma monografica: Id., Occasioni mancate.
Economia e politica in Italia dagli anni ’60 a oggi, Bari-Roma, Laterza,
2000.
Bibliografia di base 2
A scelta uno dei testi della bibliografia di base 2 o 3 o tutti i testi della 4:
1. Rolf Petri, Storia economica d’Italia. Dalla Grande guerra al miracolo economico
(1918-1963), Bologna, Il Mulino, 2002;
2. Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra a oggi, a cura di Fabrizio Barca,
Roma, Donzelli, 1997:
• Fabrizio Barca, Compromesso senza riforme nel capitalismo italiano, pp. 4-106;
• Fabrizio Barca, Francesca Bertucci, Graziella Capello, Paola Casavola, La
trasformazione proprietaria di Fiat, Pirelli e Falck dal 1947 ad oggi, pp. 155-232;
• Sebastiano Brusco, Sergio Paba, Per una storia dei distretti industriali italiani dal
secondo dopoguerra agli anni novanta, pp. 265-329;
• Alessandro Arrighetti, Gilberto Seravalli, Istituzioni e dualismo dimensionale
dell’industria italiana, pp. 335-404;
• Marco Magnani, Alla ricerca di regole nelle relazioni industriali: breve storia di due
fallimenti, pp. 501-540
.
Bibliografia di base 3
•
•
•
•
•
•
•
•
Storia dell’Italia repubblicana, a cura di Francesco Barbagallo, vol. 2, La
trasformazione dell’Italia: sviluppo e squilibri, t. 1, Politica, economia, società,
Torino, Einaudi, 1995:
Guido Fabiani, L’agricoltura italiana nello sviluppo dell’Europa comunitaria, pp.
269-354;
Giovanni Bruno, Le imprese industriali nel processo di sviluppo (1953-75), pp. 355420;
Enrico Pugliese, Gli squilibri del mercato del lavoro, pp. 421-478.
Storia dell’Italia repubblicana, vol. terzo, L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo
ventennio, t. 1, Economia e società, Torino, Einaudi, 1996:
Salvatore Biasco, L’economia internazionale negli anni ottanta. Rottura e
continuità, pp. 255-345;
Adriano Giannola, L’evoluzione della politica economica e industriale, pp. 403495;
Ida Regalia, Marino Regini, Sindacato e relazioni industriali, pp. 781-836.
Una bibliografia di base 4
I 3 volumi (o parti di volume) seguenti:
1. Gian Giacomo Nardozzi, Miracolo e declino. L’Italia tra concorrenza e
protezione, Roma-Bari, Laterza, 2004;
2. Giacomo Becattini, Dal distretto allo sviluppo locale. Svolgimento e
difesa di una idea, Torino, Bollati-Boringhieri, 2000, pp. 33-59; 92-144;
3. Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, Torino, Einaudi,
2003.
Prodotto e popolazione in Italia, 1860-2005
(variazioni percentuali medie annue)
Il secondo dopoguerra si distingue per una crescita economica intensa che rallenta
nettamente a metà anni Settanta
18601900
19001913
1913-1950 19501973
19731990
19902005
Popolazione
0,6
0,7
0,6
0,7
0,2
0,2
Prodotto
1,3
2,6
1,5
5,6
2,8
1,3
Prodotto pro
capite
0,7
1,9
0,9
5,0
2,6
1,1
Fonte: Pierluigi Ciocca, Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia (1796-2005),
Torino, Bollati Boringhieri, 2007, p. 14.
Confronto della popolazione di alcuni stati europei,
1938-1950
Valori assoluti
UK
Germania
Francia
Italia
Svizzera
Spagna
Europa
1938
47,692
68,424
41,600
43,779
4,192
25,279
389,800
1950
50,616
69,510
41,940
46,280
4,694
27,868
391,000
Ripartizione percentuale
1938
12,23
17,55
10,67
11,23
1,08
6,49
100,00
1950
12,95
17,78
10,73
11,84
1,20
7,13
100,00
Fonte: I. Svennilson, Growth and stagnation in the European economy, Geneva, 1954,
pp. 236-37.
Tassi di natalità (A) e mortalità (B) grezzi per migliaia di
abitanti e tassi di mortalità infantile per mille nati vivi (C) in 6
paesi europei, 1935-1954
1935-39
1945-49
1950-54
Francia
A
B
14,8
15,3
20,1
13,8
19,3
12,6
C
70
95
46
Germania
A
B
19,4
11,9
16,5
11,5
15,8
10,8
Italia
1935-39
1945-49
1950-54
23,2
21,2
18,3
13,9
11,7
9,8
C
72
79
49
GB e Galles
A
B
14,9
12,0
18,0
11,9
15,3
11,6
Spagna
103
84
61
21,9
22,1
20,2
17,8
11,9
10,1
C
56
39
28
Svezia
121
75
57
14,5
19,0
15,5
11,7
10,4
9,8
Fonte: B. R. Mitchell, Statistical appendix in The Fontana economic history of Europe, vol. 6, t. 2,
Glasgow, 1978, pp. 648-53.
43
26
20
Produzioni industriali in 5 paesi europei, 1935-1954
Produzione di ghisa [media annuale in mln t]
Francia
Germania
UK
Italia
Spagna
1935-39
6,7
15,9
7,6
0,8
0,3
1945-49
4,9
4,0
8,4
0,3
0,5
1950-54
8,8
Produzione di acciaio [media annuale in mln t]
13,7
10,8
1,0
0,6
1935-39
7,0
20,4
11,8
2,2
0,5
1945-49
5,6
4,9
13,8
1,5
0,6
1950-54
10,0
17,4
17,2
1,5
0,9
Produzione di energia elettrica medie annuali, mld kwh
1935-39
19,78
48,98
31,26
14,20
2,88
1945-49
25,36
24,90
51,70
17,38
5,46
1950-54
39,76
56,37
72,23
40,50
9,03
Fonte: B. R. Mitchell, Statistical appendix in The Fontana economic history of Europe, vol. 6, t. 2, Glasgow,
1978, pp.704-08
Livello del Prodotto interno lordo pro capite in 5 paesi europei,
1938-1954, in $ con potere d’acquisto 1990
Francia
Germania
Italia
UK
Spagna
1938
4.424
5.126
3.244
5.983
2.022
1950
5.221
4.281
3.425
6.847
2.397
1954
5.963
5.797
4.354
7.509
2.957
Fonte: A. Maddison, L’économie mondiale 1820-1992. Analyse et statistiques, Paris,
OCDE, 1995, pp. 207, 210-11.
L’economia italiana nella seconda metà del Novecento: un caso di sviluppo
particolarmente accelerato che modifica profondamente la società italiana
ma sfocia in una lunga stagnazione
Dopo la seconda guerra mondiale la ricostruzione è relativamente veloce, in
Italia come nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale.
Si innesca un processo di crescita imperniato sull’incremento della
produzione industriale e sulla sua crescente articolazione.
L’economia italiana si trasforma da economia agricola e industriale a
economia prevalentemente industriale. La produzione industriale
rappresenterà durevolmente una percentuale rilevante del Pil.
Il segnale più vistoso del cambiamento è l’ampio spostamento di
popolazione da est e da sud verso il “triangolo industriale” e verso le
zone coinvolte nel processo di industrializzazione (Nord-est e litorale
toscano). Sono profondamente modificate :
(a) la distribuzione territoriale della popolazione, associata a una maggiore
concentrazione urbana;
(b) il mercato del lavoro nazionale, dominato dalle esigenze del settore
industriale e da una progressiva crescita dei servizi;
(c) il livello di reddito pro capite e la produttività del sistema economico,
entrambi in aumento.
Integrazione economica internazionale e accelerazione dello
sviluppo dopo la seconda guerra mondiale
Il processo di sviluppo nel secondo dopoguerra si svolge in un contesto
internazionale molto diverso rispetto al ventennio fra le due guerre mondiali.
Il forte protezionismo doganale con cui si era cercato di favorire il consolidamento o
lo sviluppo di sistemi industriali o di proteggere le agricolture nazionali viene
progressivamente abbandonato. Sia perché lo chiedono gli USA, principale
potenza economica e finanziaria mondiale emersa dalla guerra, sia perché in
Europa occidentale si afferma la convinzione che la protezione limiti l’efficacia
dei sistemi economici europei.
Si cerca anche di limitare gradualmente gli accordi di pagamento bilaterali che erano
stati largamente applicati negli anni Trenta per rimediare ai gravi squilibri delle
bilance dei pagamenti e alla carenza di valute per effettuare i pagamenti
internazionali. Lo impone l’atto istitutivo del Fondo monetario internazionale a
cui molti stati aderiscono per avere crediti in caso di squilibri delle loro bilance
dei pagamenti.
Si realizza, non di colpo ma gradualmente, l’apertura delle economie nazionali al
commercio internazionale. Cresce la loro integrazione (ad esclusione delle
economie socialiste) in un contesto di relativa stabilità valutaria.
Alla base di questo processo ci sono gli accordi di Bretton Woods (luglio-agosto
1944).
Il nuovo assetto finanziario internazionale
introdotto dopo il 1944
•
•
•
•
•
Gli accordi di Bretton Woods modellano il sistema dei pagamenti internazionali
per circa un quarto di secolo, dal 1947 al 1971-1973. Creano il Fondo monetario
internazionale e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo. Il
primo può concedere crediti per periodi relativamente brevi per rimediare a
squilibri delle bilance dei pagamenti.
Gli accordi sanciscono il consolidamento del ruolo del $ come moneta
internazionale su cui è imperniato il sistema di pagamenti internazionale.
I cambi tra monete dopo il 1949 sono pressoché fissi. Gli stati che aderiscono al
FMI possono fare oscillare il cambio solo di 1% in più o in meno della parità
concordata. Eventuali variazioni maggiori devono essere concordate con il FMI. Si
ritiene che la stabilità valutaria favorisca l’espansione del commercio
internazionale grazie alla restaurazione di un sistema multilaterale di pagamenti.
I movimenti di capitali tra paesi sono rigidamente regolamentati perché sono
ritenuti destabilizzanti, sulla base dell’esperienza degli anni 30.
L’onere di un eventuale riaggiustamento della bilancia dei pagamenti ricade
prevalentemente sui paesi debitori (quelli che hanno un deficit di pagamenti
correnti della loro bilancia dei pagamenti.
Schema di bilancia dei pagamenti dello stato A con il
resto del mondo
Crediti
1
2
3
4
5
6
7
8
(operazioni che comportano un flusso di valuta
estera in A)
Esportazione di merci da A
Spese di turisti esteri in A
Acquisti esteri di servizi in A
Ricavi da parte di operatori di A di guadagni
correnti su prestiti e investimenti all'estero
Doni, riparazioni e altri trasferimenti unilaterali
da operatori esteri a A
SALDO DELLA PARTE CORRENTE
Importazione di capitali mediante nuovi
prestiti e investimenti in A di operatori esteri
comprese le variazioni di depositi esteri presso
le banche di A
Importazione di capitali mediante recupero
da parte di operatori di A di prestiti e investim.
e conti bancari in precedenza piazzati all'estero
Esportazione di oro monetato di A
Debiti
(operazioni che comportano un deflusso di moneta
di A verso l'estero)
Importazione di merci in A
Spese di turisti di A all'estero
Acquisto di servizi in A dall'estero
Pagamento all'estero di guadagni correnti
su prestiti e investimenti esteri in A
Doni, riparazioni e altri trasferimenti unilaterali
da operatori di A verso l'estero
Esportazione di capitali mediante nuovi
prestiti e investimenti di A verso l'estero
comprese le variazioni di depositi di A presso
le banche estere
Esportazione di capitali mediante rimborsi
all'estero di prestiti e investimenti in A e di
conti bancari prima collocati in A
Importazione di oro monetato in A
Il vincolo esercitato della bilancia dei pagamenti sul
funzionamento del sistema economico
•
•
•
•
Se la bilancia dei pagamenti presenta un saldo costringe le autorità economiche del paese
debitore a svolgere politiche specifiche per riportarla in equilibrio. Se tali politiche non
vengono realizzate l’economia debitrice, una volta esaurite le riserve valutarie di cui può
disporre, non sarà più in grado di pagare l’importazione di merci e servizi e di effettuare
pagamenti, trasferimenti e investimenti all’estero per mancanza di valuta accettata a livello
internazionale. Il vincolo esterno agisce in tempi più o meno rapidi secondo il tipo di
sistema internazionale di pagamento in vigore.
Una condizione di insolvenza ha normalmente conseguenze negative sulla produttività del
sistema economico. Un esempio particolarmente evidente è costituito dagli anni 1930. Le
politiche autarchiche con cui si cercò di limitare all’indispensabile l’importazione e il
controllo rigido dei cambi permisero di affrontare l’emergenza, ma pagando un caro prezzo
in termini di efficienza.
Dal XIX sec. la correzione di uno squilibrio della bilancia dei pagamenti è stata realizzata
applicando politiche monetarie deflazioniste. Lo strumento usato è stata la variazione del
tasso di sconto. Essa permette di attrarre capitali dall’estero e di rallentare la domanda per
investimenti e consumi. Questa manovra è stata ampiamente applicata per correggere
squilibri di carattere momentaneo.
Squilibri strutturali vengono corretti prevalentemente modificando la parità di cambio.
Sviluppo accelerato del commercio internazionale e
stimoli alla crescita
Dall’inizio degli anni Cinquanta il commercio mondiale aumenta
rapidamente, più della produzione. Esso allarga i mercati e rende più
facile e conveniente l’approvvigionamento di materie prime,
semilavorati e manufatti .
L’ampiezza dei mercati permette di sfruttare i vantaggi delle economie di
scala. Molte delle produzioni più dinamiche effettuate tra anni 20 e 80
possono essere realizzate vantaggiosamente aumentando la dimensione
delle quantità prodotte. Dagli inizi del 900 diverse innovazioni nei
processi di produzione mirano al conseguimento di economie di scala.
Lo scambio agevola, inoltre, l’adozione di tecnologie più avanzate e
produttive che riproducono quelle applicate in USA durante il grande
slancio produttivo che accompagnò la guerra.
Il nuovo contesto internazionale favorisce l’accelerazione dello sviluppo
economico attraverso aumenti della produttività. Restano esclusi i paesi
socialisti ad economia pianificata.
Riprendono i movimenti migratori, per ragioni politiche, sociali,
economiche. Con riflessi importanti sul mercato del lavoro.
Confronto tra l’incremento delle esportazioni italiane e
mondiali, 1950 e 1973
Esportazioni a prezzi correnti, 1950 e 1973, mln $
Valori assoluti
Italia
Mondo
Indici (1950=100)
Quota %
Italia
It/Mondo
Mondo
1950
1.206
61.372
100,00
100,00
1,97
1973
22.223
578.698
1.842,70
942,93
3,84
Esportazioni a prezzi costanti ($ 1990)
Italia
Mondo
Italia
Mondo
1950
5.846
375.765
100,00
100,00
1,56
1973
72.749
1.797.199
1.244,42
478,28
4,05
Fonte: A Maddison, L'économie mondiale cit., pp. 252, 254, 256, 257.
Cesure rispetto al passato: riconquista della
democrazia politica, nuovi rapporti sociali,
innovazioni produttive
1.
2.
3.
Con la vittoria degli Alleati viene favorita l’affermazione di nuove
dinamiche sociali, sia in Europa occidentale, sia altrove. Esse comportano
un netto distacco rispetto all’accentuato liberismo prevalso negli anni
1920 e in parte degli anni 1930. Vengono sviluppate politiche sociali
imperniate su un grado più alto, rispetto a prima, di egualitarismo e
universalismo. Le relazioni industriali e la rappresentanza sindacale dei
lavoratori non possono più svolgersi nel quadro delle norme corporative
introdotte dal fascismo dal 1926.
Le modifiche produttive ereditate dalla guerra e la nuova situazione
economica segnano l’avvio di trasformazioni profonde anche nel settore
agricolo, che fino ad allora aveva avuto un peso estremamente rilevante
sull’occupazione e, in misura più limitata, sul reddito. I cambiamenti
aumenteranno nettamente, attraverso processi che si prolungano nel
tempo per decenni, la produttività del lavoro agricolo, l’assetto della
proprietà fondiaria e le produzioni.
Già negli anni della ricostruzione si affermano diverse innovazioni di
prodotti e di processi produttivi in campo industriale. Soprattutto nella
meccanica, nella elettromeccanica e nella chimica. Contribuiranno a
stimolare la crescita dei sistemi economici nei decenni successivi, come
mezzi di produzione e come oggetto di domanda.
L’eredità del passato fascista,
un ventennio non omogeneo negli indirizzi di politica
economica
1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
Non si può considerate il ventennio fascista un periodo unitario dal punto di vista economico. Ci
sono differenze molto nette fra anni Venti (sviluppo e integrazione internazionale) e Trenta (ristagno
e ripiegamento autarchico).
Viene confermato il ruolo preminente dell’industria come motore dello sviluppo economico
nazionale; subordinazione dell’agricoltura e forte polarizzazione territoriale dell’industrializzazione.
Lo stato svolge un ruolo centrale nel sostenere lo sviluppo economico e influire sul suo indirizzo. La
soluzione individuata nel 1933-1937: l’IRI e la riorganizzazione produttiva del sistema industriale
come risposta all’intreccio fra crisi finanziaria avviata in Italia da “quota 90” e effetti della crisi
mondiale. L’azione statale non è antagonistica rispetto alle scelte degli imprenditori privati; supplisce
alle loro carenze e viene a patti su scelte fondamentali (per es. acciaio; regolamentazione degli
investimenti).
Progressivo ripiegamento sul mercato interno, fino all’autarchia dal 1935-1936.
L’economia di guerra è strumento di stimolazione della produzione e del reddito dalla metà degli
anni 1930, in un’economia distinta da bassi salari (che frenano i consumi) e limitata integrazione
internazionale. Ma non assicura un adeguato livello di capacità militare nel 1940.
La capacità di sostenere lo sforzo bellico si esaurisce: il sistema produttivo viene progressivamente
paralizzato da difficoltà di approvvigionamento e di disponibilità di energia; le imprese
(diversamente dalla prima guerra mondiale) sono caute nell’impostare programmi produttivi che
paiono rischiosi. I bombardamenti (più efficaci dalla fine del 1942), le occupazioni militari di parti
ampie del territorio nazionale (dal 1943) e il coinvolgimento diretto del territorio nazionale nei
combattimenti (benché su un fronte considerato secondario rispetto a quello centro-europeo)
precipitano il tracollo.
Diversi centri di potere, dalla monarchia ad esponenti economici, cercano una via d’uscita politica
dal fascismo evitando i rischi di un profondo rivolgimento sociale: il 25 luglio 1943.
Parziale insuccesso della gestione conservatrice della
transizione politica in Italia, 1943-1945
•
•
•
•
•
Concludere l’esperienza fascista è un’operazione complessa: dopo oltre 20 anni di dittatura
spietata che aveva prodotto un’ampia e articolata normativa, si potevano prevedere
ricadute di ampia portata sugli assetti esistenti e sul controllo sociale.
La transizione viene gestita con un’iniziativa dall’alto condotta grazie ad un’azione
concordata tra monarchia, frazioni della direzione politica fascista e gerarchie militari. Si è
logorata l’intesa che per oltre 2 decenni aveva legato mondo industriale e fascismo,
attraverso una relazione di scambio.
La soluzione rigidamente conservatrice realizzata con la dichiarazione del Gran consiglio
fascista del 25 luglio 1943 incontra diversi ostacoli nella sua compiuta realizzazione, a causa
in parte dell’irrigidimento degli Alleati, in parte per le iniziative di oppositori del fascismo,
in parte per l’occupazione tedesca, perfezionata subito dopo l’armistizio. L’organizzazione
militare di forme di resistenza dopo l’8 settembre 1943 ostacola la riuscita del progetto di
transizione inizialmente concepito.
I termini politici della situazione cambiano ulteriormente dopo il marzo 1944 con la “svolta
di Salerno” nell’azione del PC, la principale forza politica organizzata nella resistenza.
La radicalizzazione sociale cresce nella resistenza: è un’esperienza non generalizzata anche
se importante e diffusa, specialmente al centro-nord. Si concretizza in forti istanze di
riforma profonda della società italiana, spesso ispirate a ideali di tipo socialista e
collettivistico/statalista, anche se la rappresentanza politica organizzata nei CLN è pluralista
e lascia un ampio spazio al riconoscimento di istanze diverse. Queste prenderanno
progressivamente peso con la conclusione della lotta armata, con la presenza delle truppe
degli Alleati e la riorganizzazione dell’apparato amministrativo.
L’impatto sul settore agricolo della rottura degli
assetti sociali rafforzati o creati dal fascismo
•
•
•
•
•
Lo sbarco alleato in Sicilia avvia rivendicazioni sulle terre. Progressivamente tutto il sud è coinvolto.
Ottobre 1944: decreto voluto dal Ministro dell’agricoltura Fausto Gullo sul diritto di acquisizione di terre
incolte da parte di contadini che intendessero coltivarle. Torna dopo quasi un quarto di secolo la
prospettiva della riforma agraria come rimedio a redditi insufficienti e a differenze di resddito e tenore
di vita stridenti. La rivendicazione è particolarmente forte nel caso delle zone del Sud dominate da
cerealicoltura a basso rendimento (ma essenziale per la sopravvivenza) e allevamento brado di bovini e
ovini, preferito dai proprietari di terre poco produttive. Avrà un iter tormentato.
Nel Mezzogiorno esistono tuttavia assetti proprietari e strutture di produzione molto diverse, formasi
prevalentemente nell’800 attraverso investimenti in colture legnose: ma il frazionamento delle proprietà
e l’assenteismo dei proprietari avevano contribuito anche in quelle zone alla creazione di forti tensioni
sociali.
Diverso il caso dell’agricoltura del centro nord: l’arricchimento relativo con la vendita diretta dei prodotti
in regime di mercato nero da parte di piccoli proprietari e mezzadri, favorito dall’aggiramento dei
controlli e degli ammassi, crea una buona disponibilità di danaro liquido. Chi non è ancora proprietario
può diventarlo, riattivando un processo che si era già innescato nel 1919-1921. I coloni rivendicano la
revisione dei patti di ripartizione dei prodotti e l’eliminazione delle forme di subordinazione. E’ una
diversa ondata di rivendicazioni in agricoltura
La cerealicoltura, favorita da un alto prezzo di vendita del grano sotto il fascismo, consentito dalla
protezione doganale, va ridimensionata in termini di superfici seminate; vanno aumentate le coltivazioni
capaci di assicurare maggior reddito e l’allevamento, soprattutto bovino.
Lentamente s’intensifica il rendimento delle terre accelerando la meccanizzazione e aumentando la
concimazione, nonostante i prezzi dei prodotti industriali acquistati dagli agricoltori siano più alti di
quelli dei prodotti agricoli che vendono. L’agricoltura italiana resta caratterizzata da redditi bassi, scarsi
investimenti, forti differenze. Assorbe molta manodopera con bassa produttività, soprattutto al sud.
Disponibilità alimentari insufficienti nel secondo dopoguerra: la
riduzione della produzione agricola fra 1938 e 1945 (q, 000). Un
rimedio urgente: l’importazione
1938
1945
1938=100
Grano
81.838
41.766
51,03
Patate
29.416
14.673
49,88
Bietole
32.805
4.009
12,22
Vino
41.780
29.298
70,12
Olio
1.759
967
54,97
Carne
3.348
1.543
46,09
Latte
16.390
12.157
74,17
Fonte: C. Daneo, La politica economica della ricostruzione, Einaudi, Torino, 1975, p. 44
La riforma agraria: una risposta alle disfunzioni del
settore agricolo e alle tensioni sociali.
•
•
•
•
L’esigenza di una riforma fondiaria in agricoltura risponde a una situazione di accentuato
squilibrio nel centro e nel sud del paese. Le proprietà > 100 ha nelle zone di collina e
pianura del centro e del sud coprono fra 1/3 e ½ del territorio, contro il 20% al nord. Il peso
della grande proprietà assenteista appariva insostenibile e capace di frenare qualunque
trasformazione.
Questi territori sono instabili dal punto di vista economico e sociale. Sono caratterizzati da
ampia sottoccupazione e inadeguatezza di risorse: solo 15,6% del patrimonio bovino
nazionale, solo 13% del parco trattrici; rese unitarie molto basse; tecniche meno avanzate.
Le varietà elette di frumento introdotte con la “battaglia del grano” coprono tutta la
superficie agraria a nord, solo il 70% della pianura e il 39% della collina a sud (92% della
montagna a nord).
La rottura dell’equilibrio repressivo nelle campagne meridionali dopo lo sbarco alleato in
Sicilia avvia un ciclo di occupazioni di terre dei latifondi che nel 1944 viene legittimato dai
decreti Gullo. Al centro si sviluppa una vasta lotta contro la mezzadria. Nel luglio 1946 il
lodo De Gasperi (convertito in legge nel 1947) attribuisce ai mezzadri indennizzi per danni
di guerra a carico dei proprietari e l’attribuzione ai proprietari di oneri per il ripristino della
capacità produttiva. Nel 1947 è temporaneamente riconosciuto un riparto più favorevole ai
mezzadri (53%) e sono aboliti gli oneri colonici. Nel 1948 le 2 innovazioni sono definitive.
L’art. 44 della Costituzione riconosce obblighi e vincoli quantitativi alla proprietà terriera
per finalità sociali e un razionale sfruttamento del suolo.
Il prolungato rinvio della riforma agraria e i limiti
della sua realizzazione
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La riforma agraria è promessa nel 1946 dallo stesso De Gasperi: gli agricoltori sono una classe in cui la
Democrazia cristiana cerca consenso elettorale.
Ma un’azione legislativa concreta viene elusa. Si recupera la prospettiva di interventi di bonifica che i
proprietari devono realizzare con il sostegno finanziario dello stato; si prospettano cantieri di lavoro e
rimboschimento come palliativo alla disoccupazione, però delle circolari limitano la portata delle norme
legali sull’imponibile di manodopera. La grande proprietà fondiaria assenteista del sud ha ancora un
forte potere
Il progetto generale è bloccato dopo la presentazione alla Commissione agricoltura del Senato.
Vengono disposti 3 provvedimenti: (1) relativo all’Altopiano della Sila, (2) la legge stralcio dell’ottobre
1950 che riguarda comprensori distribuiti su diverse regioni, (3) una legge regionale per la Sicilia. Non si
applica una legge di riforma generale. Dopo un lungo rinvio, mentre la disoccupazione è pesante e lo
scontro politico esasperato, nella seconda metà del 1949, si varano 3 leggi di riforma nel maggiodicembre 1950: riguardano la Sila, la Sicilia, e vari comprensori di riforma per circa 682.000 ha totali
(3,16% del totale di 21.573.000 nel 1947-55). Maremma tosco-laziale (25,42%) e Puglia, Lucania e
Molise (27,38) assorbono insieme oltre metà della redistribuzione. La Sicilia il 13,65%, la Calabria il
12,27%.
Gli espropri (totali o parziali) riguardano 2805 proprietari; toccano il 64% delle proprietà > 1000 ha. Al
99% sono terreni privi di tutto e senza acqua. Almeno 1/3 delle superfici era in condizioni di scarsa
vitalità e modestissime prospettive. Nel 1975 solo il 57% degli assegnatari era ancora insediato sul
fondo originario. Ma alle superfici originarie ne erano state aggiunte altre, aumentandole del 25%
L’incremento della produzione in 25anni risultava di 1%> alla media nazionale e i poderi nati dalla
riforma disponevano di forza lavoro mediamente più giovane: segno di una profonda trasformazione.
Un effetto indiretto della riforma agraria: la formazione di piccola
proprietà coltivatrice, favorita dall’aumento di reddito nelle
campagne e da provvidenze legislative, ma non coordinata con
l’innovazione economica
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La riforma esclude la generalizzazione dell’esproprio e l’imposizione di limiti quantitativi
alla proprietà. Vengono espropriate grandi proprietà per la parte eccedente il valore
catastale di 200.000 lire. Il pagamento è fatto con titoli del debito pubblico.
Obiettivo: potenziare la piccola proprietà coltivatrice, indipendentemente dalla vitalità
economica.
La formazione di piccola proprietà coltivatrice costituisce l’obiettivo politico-sociale
fondamentale dei governi di Centro.
La riforma sollecita una ridistribuzione commerciale della terra: fra 1947 e 1955 1.200.000
ha cambiano proprietari. 300.000 ha vanno a proprietà di 10-25 ha; 50.000 a proprietà di
25-50 ha. 600.000 ha passano di proprietà grazie alla legge a favore della piccola proprietà
coltivatrice. Che favorisce prevalentemente il riaccorpamento delle proprietà nel centronord (650.000 ha contro 440.000 a sud entro il 1960).
Altri 2 strumenti di politica agraria oltre la legge stralcio vengono applicati fra 1949 e 1950,
cercando di introdurre una politica agricola imperniata sull’intervento statale : (1) sostegno
dei prezzi, gestito in modo tale da coinvolgere interessi diversi dalla sola proprietà
fondiaria; (2) flusso di spesa pubblica per l’agricoltura.
Così la riforma accompagna l’estensione della piccola e media proprietà coltivatrice
realizzata per iniziativa privata. Nel 1955 1,2 mln di ha sono passati a queste aziende; ¼
hanno 10-25 ha. L’apporto della riforma è di 500.000 ha a quella data. Fra 1948 e 1960 1,1
mln cambiano proprietari e aumentano la piccola e media proprietà. La riforma ha
stimolato il trasferimento di proprietà minacciando i grandi proprietari assenteisti.
L’agricoltura sacca di sottoccupati alla ricerca di sbocchi ?
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Le aziende contadine di recente formazione, autonome e non coordinate, con scarse
infrastrutture, riescono ad assorbire manodopera e a disinnescare le tensioni sociali, ma
non sono particolarmente dotate per favorire (e sostenere) una trasformazione strutturale
dell’agricoltura a medio termine. Consentono una certa autosufficienza e non gravano sul
resto dell’economia, ma gli addetti costituiscono un bacino capace di alimentare la
domanda di manodopera dei settori extra agricoli quando questi fossero stati in grado di
svilupparsi creando occupazione.
L’emigrazione, sia internazionale che interna, dopo un intervallo che coincide con la
maggior parte degli anni tra le 2 guerre mondiali, torna ad essere una valvola di sfogo per
ridurre la pressione demografica nelle campagne.
Il passaggio dall’agricoltura ad altri settori produttivi riflette l’azione di fattori che la
discriminano negativamente: (1) livello di reddito inferiore, (2) maggiore aleatorietà del
reddito, (3) svantaggi sociali e (4) minori provvidenze assicurative che aggravano le
sperequazioni di reddito e di rango sociale, soprattutto rispetto ai lavoratori dell’industria.
La disponibilità illimitata di lavoro è un fattore che viene considerato, negli anni 1950-1960,
decisivo per sostenere la sviluppo industriale di aree sottosviluppate dell’Europa, dall’Italia
ai Balcani e all’Europa danubiana.
Il trasferimento di lavoratori agricoli sottoccupati permette di innalzare la produttività
complessiva del sistema economico. E consente l’aumento di produttività degli addetti
agricoli rimanenti, contribuendo all’aumento dei redditi a loro disposizione.
Istanze di rinnovamento sociale e politiche di normalizzazione,
1943-1948. Nuove forme di rappresentanza degli interessi
nell’industria
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I Cln che durante la Resistenza ne assicurarono l’indirizzo politico e che presero il controllo
dei territori progressivamente liberati nel centro-nord d’Italia (con il consenso, non sempre
facile, degli Alleati), svolsero un ruolo molto limitato nell’esercizio del potere dopo il 1945,
pur esprimendo nei primi tempi della liberazione figure che assicurarono con efficacia la
transizione politica fra RSI e stato nazionale. Il loro potere fu progressivamente scalzato
dall’azione dei prefetti nominati dal governo. I Cln si sciolsero il 22 giugno 1946.
Sopravvisse il Consiglio industriale Alta Italia che svolse, nel 1945-1946, un ruolo nella
ripartizione di risorse fra industrie e costituì uno strumento di limitato coinvolgimento dei
lavoratori nella ricostruzione e nella riattivazione dei processi produttivi.
Anche i Consigli di gestione che operavano dentro le imprese, in modo molto differenziato
secondo i territori e le dimensioni delle aziende, persero progressivamente di rilevanza
pratica. Nell’ottobre 1946 si tenne il loro primo convegno nazionale, ma restarono attivi
solo quelli che erano stati riconosciuti attraverso specifici accordi aziendali (per es.
Olivetti).
Dopo l’8 settembre 1943 diverse forze politiche cercarono di riattivare le organizzazioni
sindacali soppresse dal fascismo. Le componenti politico-ideologiche che operano in questa
direzione sono, prevalentemente, quella comunista, quella socialista e quella democraticacristiana. Per iniziativa di Giuseppe Di Vittorio, le 3 componenti (rappresentate oltre che da
Di Vittorio, da Bruno Buozzi e da Achille Grandi) raggiungono un accordo, nell’aprile 1944, a
Roma, per dare vita a una rappresentanza sindacale unitaria, sulla base di libere adesioni:
la CGIL. Si tratta di una netta cesura istituzionale rispetto al regime corporativo. Il carattere
unitario è novità senza precedenti: avrà breve vita.
L’affermazione di una politica di “responsabilità” nelle relazioni
industriali: riduzione dell’occupazione e contenimento dei
salari in una congiuntura di inflazione
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19 gennaio 1946: accordo per il parziale sblocco dei licenziamenti, questione vitale per le
grandi imprese che hanno un eccesso di effettivi ereditato dalla guerra. Potrà essere
licenziato il 13% degli addetti in 2 mesi, di cui il 5% entro febbraio. Perderanno il lavoro in
400.000, riassorbibili in lavori di ricostruzione.
27 ottobre 1946: accordo per una tregua salariale di 6 mesi, prolungabili di un altro
semestre. In cambio: aumento del 35% della paga base, corrispondente a un incremento di
circa 1/5 del salario costituito da paga base+contingenza. Sono riconosciuti 12 giorni di
ferie pagate l’anno e il pagamento delle festività infrasettimanali. Il salario reale dopo
l’accordo è circa il 70% di quello del 1938, mentre era stato il 58% circa fra luglio e
settembre 1946.
Viene recepito il principio della contrattazione centralizzata ed è accolto un indirizzo di
relativa perequazione salariale. I salari però sono distinti fra zone territoriali (4), con uno
scarto del 14% fra la meglio e la peggio pagata. I tessili, la categoria più numerosa, però
ricevono salari del 15% inferiori a quelli di tutti gli altri rami d’industria.
Viene riconosciuta la 13° agli operai.
Nel 1947 sono definite procedure di licenziamento individuale e collettivo.
La scala mobile diventa un elemento permanente delle retribuzioni fino a metà anni 80.
7 agosto 1947: accordo sulla costituzione delle commissioni interne aziendali.
Dalla riorganizzazione del sindacato indipendente alla sconfitta
della Cgil alla metà degli anni 1950
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La riorganizzazione delle rappresentanze sindacali è unitaria, ma l’evoluzione della situazione politica
nazionale e il pieno inserimento dell’Italia nella logica della guerra fredda e della reazione anticomunista
spinge entro il 1947 alla rottura del sindacato unico. Sono neutralizzate tra 1946 e 1947 le strutture
ereditate dal periodo della Resistenza che permettevano forme di controllo e influenza operaia nella
gestione delle aziende. Confermato il pieno controllo delle direzioni aziendali sull’organizzazione del
processo produttivo e reimposta una rigida disciplina di fabbrica. Riorganizzazione territoriale del
sindacato (Camere del lavoro); solo più tardi si riformano le federazioni professionali, in seguito alla
riorganizzazione delle aziende.
I limiti dell’azione sindacale: l’univoca sottolineatura del carattere nazionale dei contratti impedisce
l’adeguamento a processi di lavoro in via di rapida e profonda riorganizzazione. La sconfitta della Cgil,
sindacato maggioritario, entro il 1955, è favorita dalla rigida difesa della contrattazione nazionale, come
sottolinea Vittorio Foa. Una parte considerevole del salario non è più negoziabile a livello nazionale
perché le imprese incentivano la produttività dei lavoratori con premi e superminimi. Si incrementa la
contrattazione aziendale, a cui sono più favorevoli le organizzazioni aderenti a CISL e UIL o i sindacati
aziendali.
Centrale il problema della grave disoccupazione, anche a causa della ristrutturazione delle grandi
imprese IRI. Proposta di un Piano del lavoro da parte della Cgil nel 1949, imperniato sulla (1)
nazionalizzazione delle aziende elettriche, (2) la creazione di un ente per le bonifiche e le trasformazioni
fondiarie, il potenziamento dell’agricoltura, (3) la realizzazione di un ente per l’edilizia popolare, (4) un
ampio programma di lavori pubblici. Il piano dovrebbe essere finanziato (1) con tassazione progressiva
di abbienti, grandi gruppi monopolisti, grandi imprese anonime, (2) riorientamento del risparmio
nazionale verso investimenti produttivi, (3) prestiti esteri che rispettino l’indipendenza economica e
politica del paese.
Il Piano ha un’ispirazione approssimativamente keynesiana. Non ha applicazione.
C’è una convergenza di intenti corporativa nell’esperienza di sviluppo del dopoguerra?
Cambiamenti strutturali e continuità degli assetti del sistema economico
italiano: indicazioni dalla ripartizione degli occupati per attività (000)
1936
Popolazione attiva
1947
1936=100
26.630
28.500
107,02
Agricoltura e foreste
8.844
8.997
101,73
Industria
4.118
3.811
92,54
Edilizia
979
500
51,07
Servizi pubblici
190
167
87,89
Amministrazione pubblica
809
1.147
141,78
3.407
3.989
117,08
18.347
18.611
101,44
Disoccupati
706
1.620
229,46
Forze armate
650
300
46,15
19.703
20.531
104,20
Trasporti e commercio
Occupati
Forza lavoro totale
Fonte: C. Daneo, La politica economica della ricostruzione, 1945-1949, Torino, Einaudi, 1975, p. 44
L’economia dell’Italia in guerra e nella ricostruzione
Pil, esportazioni, importazioni, stock netto di capitale riproducibile, 1938-1948; in Lit. 1938, mld. e indici
Pil (Vitali)
Indice
Stock cap.
Indice
Esportaz. Indice
Importaz.indice
1938
165
100
432
100
100
100
1939
177
107
444
103
92
89
1940
175
106
454
105
77
89
1941
174
105
462
107
81
67
1942
170
103
460
106
72
65
1943
151
92
446
103
72
81
1944
121
73
425
98
18
49
1945
96
58
409
95
9
57
1946
126
76
413
96
45
81
1947
149
90
423
98
81
179
1948
163
99
431
100
136
155
Fonte: V. Zamagni (a cura di), Come perdere la guerra e vincere la pace, Bologna, 1997, p. 41.
Circolazione monetaria e costo della vita, indici; 1938-1947
1938
1939
1940
1941
1942
1943
1944
1945
1946
1947
Circolazione
100
129
165
262
387
920 1.649
2.016 2.664 4.138
Costo della vita
100
104
121
141
168
273 1.215
2.359 2.824 4.566
Fonte:G. Gualerni, Ricostruzione e industria. Per una interpretazione della politica industriale nel secondo
dopoguerra 1943-1951, Milano, 1980, p. 56.
Spesa pubblica, entrate e disavanzo, 1933-1947, in mld lit.
correnti.
Spesa
Tot. Rag.
AM-lire
CSVI
Entrate
Ammassi
Disavanzo
Totale
Debito
pubb.interno
1933
22,6
22,6
18,5
4,1
1934
24,4
24,4
18,3
6,1
1935
22,5
22,5
19,3
3,2
1936
35,2
0,2
35,4
21,1
14,3
1937
39,2
0,2
39,4
26,7
12,7
1938
39,6
0,2
39,8
28,9
10,9
149.285,0
1939
40,9
-0,1
40,8
29,0
11,8
165.133,0
1940
54,4
0,3
54,7
33,4
21,3
210.560,0
1941
98,4
-0,1
0,4
98,7
35,6
63,1
285.956,0
1942
117,3
7,5
0,7
125,5
42,9
82,6
386.598,0
1943
148,5
25,4
0,8
174,7
49,9
124,8
548.855,0
1944
123,4
42,7
8,2
1,5
175,8
44,9
130,9
864.185,0
1945
355,6
41,5
-0,9
3,3
399,5
62,9
336,6
1.078.207,0
1946
415,0
40,9
-15,0
5,3
446,2
159,2
287,0
1.356.243,0
1947
800,0
20,1
-25,6
45,2
839,7
444,9
394,8
Fonte: V. Zamagni (a cura di), Come perdere la guerra e vincere la pace, Bologna, 1997, p. 41.
La scelta di non limitare l’espansione della liquidità monetaria
di natura bancaria tra 1945 e primo semestre 1947 (1/2)
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L’inflazione accelera dall’inizio del 1945, senza che ci sia un corrispondente e proporzionale
incremento della circolazione. La spesa pubblica, in questa fase, gioca un ruolo
determinante. Aumenta per (1) le condizioni di emergenza, (2) gli alti prezzi di beni e
servizi, per la necessità di adeguare le retribuzioni dei dipendenti pubblici.
Il governo non applica correttivi. Sono evitate le misure che permetterebbero di riassorbire
la liquidità. In particolare il cambio della moneta (possibile dal settembre 1945),
eventualmente associato a un prestito forzoso e/o un’imposta patrimoniale, cioè misure
fiscali di diversa complessità di applicazione.
Il cambio della moneta avrebbe potuto avere anche la capacità di sanzionare l’eccessivo
arricchimento di zone grigie dell’economia; nonostante sia usato con una certa efficacia in
Belgio e poi in Germania come strumento di riforma monetaria, esso viene fortemente
ostacolato fino a renderlo inapplicabile per una forte opposizione politico-ideologica
all’interno del governo stesso.
L’analisi che prevale, anche nei governi di coalizione del primo dopoguerra, è ispirata a
rigidi criteri liberali. L’inflazione è considerata conseguenza della massa monetaria e in
particolare della circolazione; questa è frutto solo del deficit del bilancio statale; si trascura
completamente il ruolo del credito bancario e della creazione di liquidità da parte delle
banche. Il rimedio fondamentale è il blocco della spesa pubblica per limitare il deficit di
bilancio. Quanto più drastico è il blocco, tanto più rapido ed efficace è il risultato positivo.
Una misura emblematica: la soppressione dell’integrazione statale che permetteva di
contenere il prezzo del pane, bene salario fondamentale.
La scelta di non limitare l’espansione della liquidità monetaria
di natura bancaria tra 1945 e primo semestre 1947 (2/2)
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Nel 1945-1946 si verifica un incremento rapido e consistente del credito bancario, non destinato a un
aumento degli investimenti o a un aumento della produzione. Esso sostiene un’attività speculativa
molto accentuata, imperniata largamente sulla particolare dinamica del settore tessile (cotone e lana) e
destinato ad alimentare l’accumulo di scorte e una gestione molto profittevole delle valute.
Alla base di questa situazione c’era la scelta del governo, agli inizi del 1946, di smantellare una parte
significativa dei controlli sulla destinazione della valuta ricavata dalle esportazioni.
Nel 1948 Einaudi condannerà la gestione che vi era stata degli impieghi bancari, definendoli una
deformazione della funzione del credito, ma non ne tiene conto come fattore rilevante dell’inflazione.
Le autorità monetarie, limitando i controlli valutari, favoriscono la crescita di un mercato valutario
parallelo. Il 50% delle valute ricavate dalle esportazioni verso paesi a valuta libera può essere usato per
importare merci elencate in liste di prodotti il cui acquisto è subordinato a licenze ministeriali di cui non
vengono precisati criteri di ripartizione tra i diversi importatori. Oppure possono essere cedute a
importatori che volevano importare quelle merci entro un termine definito. Gli importatori potevano
anche non valersi di valuta chiesta agli organi valutari ufficiali.
Viene stimolata la speculazione al ribasso del cambio della lira e si rende fragile la bilancia dei
pagamenti. Viene distorto il flusso commerciale. Sono favorite le esportazioni verso i paesi a valuta
libera e l’importazione da quelli con cui vigono accordi valutari.
74% delle esportazioni 1946 avviene in regime del 50%, contro solo il 5% delle importazioni; 80% delle
importazioni dipende da aiuti USA.
Le riserve ufficiali calano. Diventa fondamentale ottenere aiuti e prestiti dall’estero e bisogna quindi
creare le condizioni monetarie che possono permetterne la concessione.
Perché l’inflazione preoccupa (1947)
• L’inflazione è considerata una minaccia grave:
• (1) per la ridistribuzione del reddito che produce, indebolendo stabilità la
coesione sociale e ostacolando la riorganizzazione dell’economia;
• (2) perché blocca l’accantonamento di risparmi e disincentiva il loro
conferimento a intermediari finanziari in grado di alimentare gli
investimenti;
• (3) perché può favorire forti squilibri della bilancia dei pagamenti,
rendendo inevitabili, come correttivi, misure di protezione e
discriminazione commerciale e valutaria che contrastano con
l’integrazione commerciale internazionale.
• L. Einaudi sottolinea particolarmente le conseguenze negative
dell’inflazione sulle classi medie, considerate quelle più disposte ad
accantonare risparmi e meritevoli di tutela.
• Nell’Italia del secondo dopoguerra sono riproposte valutazioni
economiche ispirate a un convinto liberismo, sostanzialmente identiche
a quelle affermate negli anni 1920.
I rischi della situazione valutaria italiana e i primi
segnali di una diversa politica bancaria
•
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Dal gennaio 1947 le banche ricevono un segnale da cui possono comprendere che
si sta preparando una manovra monetaria (lettera del governatore della Banca
d’Italia del 29 gennaio 1947 che richiama l’attenzione sulle norme relative al
deposito presso la banca centrale della raccolta bancaria superiore a 20 volte il
patrimonio delle banche).
Progressivamente nel 1947 si smorzano le pressioni inflazionistiche grazie a un
flusso consistente di importazioni finanziate da aiuti e qualche prestito estero.
Cominciava a declinare l’interesse delle banche nel finanziamento di operazioni
speculative su merci e cambi.
Einaudi sottolinea l’esigenza di difendere i risparmiatori e salvaguardare il reddito
dei ceti meno abbienti.
Intervengono diversi fattori esterni che sollecitano un nuovo indirizzo di politica
monetaria: (1) durante il viaggio di De Gasperi in USA del 1947 le autorità
americane che il primo ministro incontra offrono finanziamenti per evitare i
contraccolpi negativi delle misure monetarie correttive che si chiedeva all’Italia di
applicare; (2) L’accoglimento dell’Italia nel Fmi è subordinato all’impegno a
stabilizzare la situazione monetaria, preso agli inizi del 1947 dal governo italiano.
(3) Il piano Marshall considera la stabilizzazione finanziaria e valutaria premesse
necessarie alla ripresa economica e alla progressiva liberalizzazione degli scambi
in Europa.
La politica monetaria nella ricostruzione italiana: uno
strumento fondamentale per rafforzarne l’indirizzo
conservatore
• La politica monetaria realizzata dall’autunno 1947 è impiegata per
allineare la situazione economica italiana all’orientamento prevalente
nel mondo occidentale in tema di inflazione, cambi e integrazione
commerciale. Nessun altro provvedimento contemporaneo e nessun
altro strumento di politica economica riveste altrettanta importanza.
• La politica monetaria del 1947 comporta il rafforzamento degli strumenti
tecnici a disposizione della banca centrale: viene modificata e articolata
più efficacemente la riserva obbligatoria, dandole maggiore flessibilità.
• Si tratta di un indirizzo di politica finanziaria spesso preferito in Italia,
mentre si trascurano gli strumenti offerti dalla politica fiscale. Ne risulta
una gestione meno precisa e mirata delle politiche seguite, per cui gli
effetti secondari ed eventualmente non desiderabili risultano più
importanti.
• Si manterrà questo orientamento anche negli anni 1960 quando in molti
altri paesi il governo della congiuntura economica è affidato
sistematicamente alla combinazione di politiche monetarie e fiscali.
Le misure utilizzate per la stabilizzazione monetaria
•
•
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•
Svalutazione drastica della lira, fissandone il cambio a 570-600 lit per $, un tasso che
riprende la quotazione del mercato libero nei mesi precedenti. Ne derivano: (1) un
disincentivo a importare; (2) un incentivo a esportare.
Aumento del tasso di sconto da 4 a 5,5%; il tasso di interesse tocca 11%. Il rendimento dei
buoni del Tesoro passa da 4,5 a 7,5%.
Sono aumentate le riserve obbligatorie previste dalla legge bancaria del 1926. Il 4 agosto
1947 il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio stabilisce che entro il 30
settembre 1947 il 20% dei depositi raccolti dalle banche che superano il limite di 10 volte il
loro patrimonio netto devono essere investiti in titoli di stato o versati in un conto corrente
fruttifero speciale vincolato presso l’istituto di emissione o presso il Tesoro. Le somme
vincolate non dovevano superare il 15% dei depositi complessivi raccolti. Dopo il 1 ottobre
1947 il 40% dell’incremento dei depositi rispetto al 30 settembre doveva essere impiegato
presso Banca d’Italia o Tesoro. Fino alla concorrenza del 25% dei depositi complessivi. I
fondi accantonati vengono remunerati con un interesse uguale a quello dei buoni ordinari
del Tesoro a un anno, ridotto dello 0,25%
Già prima di queste misure le banche avevano cominciato a rivedere gli impieghi e a
limitarli.
Cambio del dollaro in Lit., 1946-1950
Indice
cambio
uff.
Indice
cambio
libero
Cambio uff.
Cambio lib.
Cambio
medio
Dicembre 1946
225,00
566,50
395,75
100,00
100,00
Agosto 1947
350,00
722,50
536,25
155,56
127,54
Novembre 1947
589,50
603,00
596,25
262,00
106,44
Dicembre 1947
603,00
576,00
589,50
268,00
101,68
Gennaio 1948
576,00
573,00
574,50
256,00
101,15
Febbraio 1948
573,00
573,00
573,00
254,67
101,15
Marzo 1948
573,00
573,00
573,00
254,67
101,15
Aprile 1948
574,00
575,00
574,50
255,11
101,50
Maggio 1948
575,00
575,00
575,00
255,56
101,50
Giugno 1948
575,00
-
-
255,56
-
Dicembre 1949
628,00
-
-
279,11
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Gennaio -febbraio 1950
624,00
-
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277,33
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dal marzo 1950
625,00
-
-
277,78
-
Le conseguenze della stabilizzazione, 1947-1948
1/2
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•
•
•
La bilancia dei pagamenti registra un calo delle voci passive. Diminuiscono i consumi e sono
ridimensionate le scorte. Possono crescere le esportazioni grazie all’aumento di
competitività favorito dal blocco salariale e dall’incremento della domanda mondiale.
Rientrano capitali grazie ad operazioni “franco valuta”; questo favorisce l’espansione del
credito dopo la stretta iniziale dell’autunno 1947.
Il ricorso delle imprese alle banche torna a crescere: nel 1948-1951 sarà superiore a quello
del periodo precedente. Aumenta il volume della circolazione di circa 1/3 fra 1947 e 1949.
L’aumento della produzione evita che l’espansione della liquidità produca spinte
inflazioniste; inoltre cala la velocità di circolazione. Cambia la ragione prevalente
dell’aumento di circolazione: nel 1947 era derivato soprattutto dalle anticipazioni della
Banca d’Italia al Tesoro; nel 1948 dall’accumulo di saldi sull’estero.
Le industrie esportatrici possono ricorrere al credito per finanziare l’espansione degli
impianti sotto la spinta di una domanda estera crescente; in un secondo tempo cresce
anche quella interna.
Einaudi punta alla costituzione di un’ampia riserva valutaria; essa avrebbe agevolato la
progressiva liberalizzazione del commercio con l’estero e permesso di affrontare con
relativo agio l’ondata di svalutazioni del 1949, mediante il controllo degli impieghi bancari
da parte della Banca d’Italia e riassorbendo liquidità con l’emissione di buoni del Tesoro. Il
tasso di sconto cala: nell’aprile 1950 era 4%.
Le conseguenze della stabilizzazione, 1947-1948
2/2
• Il bilancio della manovra non è univocamente positivo. Diverse piccole
imprese si trovano in condizioni difficili; la produzione industriale cala
per circa un anno; la disoccupazione cresce e i salari sono bassi.
L’indirizzo molto cauto continua anche dopo il blocco dell’inflazione e il
miglioramento della bilancia dei pagamenti.
• Il rapporto ECA [European Cooperation Agency] del febbraio 1949
rimprovera al governo italiano di applicare, in nome della stabilizzazione
monetaria, una politica troppo cauta; ostacola la ripresa non investendo i
fondi di contropartita, accumulati grazie all’ERP, per accrescere le riserve.
Si persegue con eccessiva rigidezza il pareggio del bilancio statale
comprimendo le spese.
• Dualismo e squilibri fra diverse zone del paese risultano accentuate a
causa della crisi produttiva e della riduzione del reddito che derivano
dalla politica deflazionista e dal suo prolungarsi nel tempo.
L’ispirazione liberista e conservatrice della politica economica
italiana nel dopoguerra: premessa del “miracolo economico”?
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La “linea Einaudi” parte dalla convinzione che fosse conveniente frenare i consumi interni e la spesa
pubblica, favorire le imprese esportatrici con sostegni e incentivi, facendo affidamento sugli impianti
esistenti e sull’abbondanza di manodopera. Appare inoltre fondata sulla necessità di favorire la
formazione di risparmio restaurando la fiducia nella lira. Si confida nella capacità di autofinanziamento
delle imprese (favorita dai bassi salari e da un prelievo fiscale effettivo sui redditi di impresa e
assimilabili piuttosto modesto, in parte grazie a elusione e evasione fiscale)
Solo in un secondo tempo, quando fosse diventato possibile aumentare le importazioni, sarebbe stato
possibile dilatare il consumo interno
I principi della strategia economica a cui si ispira la “linea Einaudi” sono sostanzialmente applicati dalle
autorità monetarie italiane nel 1945-47.
Essi trovano la loro giustificazione in una teoria economica di impostazione liberale e monetarista
analoga a quella prevalente negli anni 1920.
L’Italia diventa paladina di un’accelerata applicazione delle misure di liberalizzazione del commercio
internazionale auspicata dalle organizzazioni sovranazionali e dall’amministrazione degli Stati Uniti.
L’indirizzo seguito è efficace grazie (1) alla disponibilità di una notevole capacità produttiva non
utilizzata; (2) all’adeguatezza degli impianti al tipo di domanda mondiale; (3) alla disponibilità di
manodopera abbondante e sufficientemente qualificata; (4) al rigido controllo dei conflitti nelle relazioni
industriali e alla possibilità di creare disoccupazione e sottoccupazione. (5) Gli aiuti USA, finanziari e
tecnico-organizzativi, contribuiscono alla ripresa.
Un limite di peso: si ricostruisce in prevalenza l’esistente; è limitata la riqualificazione e l’innovazione del
sistema produttivo. Ogni riforma è considerata con sospetto. La stabilità sociale è un obiettivo
fondamentale, in piena convergenza con l’esigenza espressa negli USA dai gruppi dirigenti più
preoccupati di bloccare l’espansione del comunismo.
Un nuovo sistema internazionale di pagamenti: il
Fondo monetario internazionale
•
•
Tiene conto dell’esperienza negativa fatta dopo la prima guerra mondiale. Deve consentire
di risolvere alcune delle peggiori difficoltà emerse allora nella riorganizzazione del sistema
di pagamenti internazionali. E intende correggere l’azione depressiva esercitata dalle
politiche valutarie e commerciali praticate specialmente dopo la grande crisi.
Afferma il principio che le parità di cambio tra monete (1) possono fluttuare solo entro
margini molto ristretti; (2) ogni modifica che si renda necessaria per rimediare a uno
squilibrio strutturale della bilancia dei pagamenti di uno dei paesi aderenti deve essere
autorizzato preliminarmente dal Fondo. Questo deve essere uno strumento sovranazionale
(comprende inizialmente 44 stati membri) che ha come scopo favorire la collaborazione
economica e finanziaria internazionale per evitare le svalutazioni competitive delle monete
praticate negli anni 1930 per rimediare agli squilibri delle bilance dei pagamenti. (3) I tassi
di cambio definiti nel quadro del FMI devono essere armonizzati: la parità diretta tra lira e
franco, per es. deve corrispondere alla parità che si otterrebbe cambiando le due monete
prima con gli equivalenti in dollari. (4) I tassi di cambio devono essere unici: non è
permesso applicare tassi diversi a seconda del tipo di transazione a cui si riferiscono. (5) La
moneta di riferimento internazionale è il dollaro degli Stati Uniti, ma le parità di cambio
sono determinate in termini di once (o grammi) d’oro. Non c’è più circolazione monetaria in
oro e il ricorso all’oro è limitato ai pagamenti internazionali in caso di necessità, utilizzando
lingotti e non metallo monetato. Le diverse valute non sono in realtà convertibili
direttamente in oro, tranne poche. Tra queste è fondamentale il $
Il modo di operare del Fmi
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•
Il Fmi concede crediti ai paesi che ne hanno bisogno per assicurare la stabilità del
proprio cambio. Sono crediti di importo limitato, sulla base della loro quota di
partecipazione al capitale del Fondo, costituito da versamenti in monete
nazionali integrate da una frazione in oro. Il credito deve essere restituito al
massimo entro 2 anni.
Il cumulo delle quote sottoscritte dai membri (parte in oro e parte nella propria
moneta) consente di concedere credito ai debitori per consentire di mettere in
atto le misure necessarie all’assestamento delle rispettive bilance dei pagamenti.
In linea di principio l’aggiustamento tocca prevalentemente ai debitori; viene
tuttavia prevista una clausola che prevede eventualmente una correzione di
parità e misure riequilibratrici da parte di un paese che risultasse strutturalmente
creditore.
Il fondo dispone di un capitale limitato: circa 8 mld. di $.
Le decisioni vengono prese sulla base di voti il cui peso dipende dal numero di
quote sottoscritte. Nella configurazione iniziale gli Stati Uniti dispongono di fatto
di un diritto di veto perché dispongono della quota maggioritaria.
Il Fondo sarà attivato quando i parlamenti degli stati membri avranno ratificato la
decisione di aderirvi espressa dai firmatari dell’accordo del luglio 1944. Diventa
operativo nel marzo 1947.
Fmi e movimenti di capitali
• Già nelle trattative che preparano l’accordo di Bretton Woods emerge un giudizio
negativo nei confronti dei movimenti internazionali di capitali, sulla base degli effetti
destabilizzanti che avevano avuto nel corso degli anni 1920 e, in particolare, nella
crisi finanziaria del 1930-1931. Gli ampi spostamenti di capitali, che hanno
contribuito alla trasmissione internazionale della crisi, hanno (1) impedito agli stati
di realizzare politiche monetarie stabili, (2) minacciato la stabilità dei cambi, (3)
messo a rischio la stabilizzazione finanziaria.
• Non sarebbe possibile mobilitare riserve valutarie adeguate se, oltre alle risorse
necessarie per le esigenze commerciali e le altre transazioni ordinarie, fosse stato
necessario fronteggiare movimenti di capitali.
• Serve un controllo preventivo sui movimenti di capitali: non devono cessare gli
investimenti esteri, ma sono sottoposti al controllo degli stati e ad accordi
internazionali.
• Il Fmi recepisce e legittima sul piano internazionale tali controlli; essi attenuano il
collegamento fra condizioni finanziarie interne e internazionali senza pregiudicare
immediatamente la stabilità del cambio.
• Il mercato finanziario nell’immediato dopoguerra è depresso: i controlli non
entrano in conflitto con le esigenze degli operatori finanziari.
La Banca internazionale per la ricostruzione e lo
sviluppo
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Diventa operativa nel maggio 1946, ma il primo credito ($ 250 mln alla Francia) viene concesso nel
maggio 1947. Ha come obiettivo a breve finanziare la ricostruzione; solo più tardi si occuperà di
sviluppo. I primi esercizi vedono un impiego molto cauto e limitato delle risorse.
Si tratta di una banca intergovernativa: è controllata dagli stati aderenti che forniscono il suo patrimonio
e concede credito agli stati. Ottiene le risorse necessarie collocando obbligazioni sul mercato finanziario,
prevalentemente New York. E offre garanzie sui crediti concessi da finanziatori privati. La cautela
dimostrata dalla Banca riflette l’esigenza di ottenere un’alta notazione sul mercato per contenere il costo
del collocamento delle obbligazioni. Finanzia progetti di investimento in infrastrutture e impianti che
aumentino la capacità produttiva dei debitori e sceglie progetti che paiono redditizi. I crediti sono
concessi per periodi lunghi, a tassi d’interesse dipendenti da quelli di mercato.
Dopo la metà degli anni 1950 cresce l’attenzione per l’esigenza di finanziare lo sviluppo. Un progresso
decisivo viene realizzato nel 1960 con la fondazione dell’International Development Association (IDA)
che estende l’ambito operativo del “gruppo” della Banca al finanziamento di progetti agricoli, idrici, di
educazione e formazione. L’IDA non valuta rigidamente la convenienza diretta dei progetti in cui investe
come la Banca. A partire dalla presidenza di Robert McNamara (1968-1979) il tema della lotta alla
povertà e quello dello sviluppo diventano prevalenti.
La Banca si trasforma nel 1970 in Banca mondiale. Si specializza nell’erogazione di crediti a economie
con basso reddito pro capite. Condiziona i crediti all’elaborazione di progetti specifici, alla cui
preparazione contribuisce fattivamente. Subordina i crediti anche a scelte di politica economica da parte
degli stati debitori giudicate adeguate, contribuendo efficacemente alla costruzione di un indirizzo di
politica economica più sensibile all’oculatezza e al rigore nella gestione dei finanziamenti che alle
ricadute sociali delle scelte .
Negli anni 1980 svolge un ruolo importante nella gestione della crisi dei paesi debitori.
Istituzioni finanziarie internazionali attive dopo il
1945.
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•
La Banca dei regolamenti internazionali venne fondata nel 1930 per curare i
trasferimenti fra stati derivanti dalle riparazioni delle potenze sconfitte nella
prima guerra mondiale e regolati in modo definitivo dal Piano Young del 1929. Ha
svolto le funzioni di banca centrale delle grandi banche centrali, mantenendo i
contatti fra loro anche durante la seconda guerra mondiale. Ha assunto un ruolo
importante di raccolta di informazioni sui flussi finanziari e di punto di
osservazione sui mercati finanziari.
La Import-Export Bank statunitense venne creata come società
dall’amministrazione Roosevelt nel 1934 per concedere prestiti a operatori esteri
allo scopo di agevolare le esportazioni dagli USA e sostenere l’occupazione. Nel
1945 fu trasformata in ente governativo per agevolare le esportazioni di
operatori privati fornendo crediti e garanzie assicurative.
Oltre alla Banca mondiale si sono sviluppate altre banche regionali che
finanziano programmi di sviluppo: in particolare la Asian Development Bank,
dove prevale l’influenza della Bank of Japan; la Inter-American Development
Bank, dove sono forti gli interessi dei paesi debitori; la Banca europea per la
ricostruzione e lo sviluppo, impegnata nel sostegno dei paesi dell’Europa dell’Est.
Le sistemazioni monetarie del dopoguerra: blocco
dell’inflazione e liberalizzazioni
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I cambi nel secondo dopoguerra vengono mantenuti fissi (diversamente dal primo dopoguerra). Sono
comuni però (1) rapporti bilaterali, (2) tassi incrociati non allineati, (3) pratiche multivalutarie. Per
rimediare alla carenza di $ molti paesi mantengono controlli discriminatori sui pagamenti verso l’area
del $. Timori per la scarsità di $ durano ancora negli anni 1950.
3 paesi rivalutano per evitare che il saldo attivo della loro bilancia dei pagamenti faccia aumentare la
liquidità interna e aggravi le pressioni inflazioniste: Canada e Svezia nel luglio 1946; la Nuova Zelanda
nell’agosto 1948. La maggior parte degli altri sembra destinata alla svalutazione, accompagnata da
misure deflazioniste per limitare l’aumento dei prezzi e permettere di stabilizzare i cambi. Il deficit
pubblico è spesso indicato come causa principale delle pressioni inflazioniste; in realtà agiscono anche
l’espansione del credito e gli alti prezzi delle importazioni.
Nel 1947-1948 si moltiplicano gli sforzi per rimediare ai fattori di instabilità monetaria, in un quadro di
difficoltà valutarie che minaccia la ripresa economica europea perché costringe a mantenere scambi
bilaterali, accordi di pagamento e controlli. Il Fmi avvia le operazioni, mentre fallisce il tentativo di
convertibilità della £. Viene fatto un primo tentativo per favorire la ripresa dei pagamenti multilaterali in
Europa occidentale. Ma occorrono l’avvio dell’ERP e la riforma monetaria tedesca (giugno 1948:
drastica riduzione della liquidità e ampia liberalizzazione dei prezzi) per consolidare la riorganizzazione
del sistema monetario europeo. Nel 1949 una nuova, grave crisi della £ porta a un’ondata mondiale di
svalutazioni: le nuove parità di cambio si conserveranno quasi tutte fino al 1971 proprio grazie al
riassestamento avviato nel ‘48.
Solo il $ canadese tra le valute di economie importanti fluttua dal 1950. I paesi occidentali applicano
progressivamente nel decennio 1950 le prescrizioni fondamentali di Bretton Woods sui cambi. Il
risultato è agevolato dal mantenimento di molti controlli valutari.
Periodicamente si manifestano crisi valutarie che vengono affrontate con strumenti diversi, fra cui i
crediti di stabilizzazione del Fmi. Si afferma la collaborazione fra banche centrali come strumento che
aiuta la conservazione del sistema.
Gli aiuti degli Stati Uniti nella prima fase della ricostruzione
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La ricostruzione dell’economia italiana coincide con il forte ridimensionamento
dell’influenza britannica su economia e finanza dell’Italia. Il processo è comune a tutta
l’Europa del dopoguerra, ma in Italia si presenta particolarmente evidente.
Il contributo finanziario degli Stati Uniti è decisivo dal punto di vista valutario e dei
finanziamenti della bilancia dei pagamenti. I primi provvedimenti riguardano forniture
gratuite, l’autorizzazione alla ripresa delle rimesse degli emigrati bloccate in banche
americane dopo il 1941, l’equivalente in $ delle Am-lire. Vengono riammesse le
esportazioni dall’Italia e si avviano trattative per la concessione di prestiti privati.
Il governo italiano è sollecitato a fornire una stima quantitativa e coerente del suo
fabbisogno: è uno stimolo decisivo per riprendere la produzione di statistiche economiche,
premessa indispensabile dell’elaborazione di una politica economica attendibile.
Fra 1943 e aprile 1948 l’Italia ottiene aiuti internazionali per $ 2.230 mln., di cui il 68%
gratuiti e il 17% con crediti agevolati; circa il 18% era costituito dal condono delle
riparazioni previste dall’armistizio. Parte degli aiuti è costituita dalla cessione di surplus
militari. La contropartita in lire di gran parte degli aiuti è messa a disposizione del governo
italiano per assistenza e ricostruzione; agli inizi del 1948 ne è previsto l’impiego per
rimborsare debito pubblico e contrarre la circolazione.
Il varo dello European Recovery Program,
giugno 1947-aprile 1948
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Cerca di rimediare al dollar gap che diventa particolarmente acuto nel primo semestre 1947, in seguito
al peggioramento della situazione alimentare in Europa e all’impennata dei prezzi di merci e servizi degli
Stati Uniti seguita alla brusca liberalizzazione adottata dall’amministrazione Truman in presenza di una
forte domanda nazionale e internazionale.
L’annunzio di un programma di aiuti è dato dal segretario di stato George Marshall il 5.6.1947. Il
programma è operativo nel 1948, dopo un duro confronto nell’amministrazione su chi dovesse gestirlo
(Tesoro o Dipartimento di stato). La responsabilità toccherà al Presidente che si varrà di un’agenzia
apposita posta sotto la sua autorità.
C’è anche un teso dibattito parlamentare sull’opportunità di sacrificare i contribuenti americani a
vantaggio di stranieri, e sull’entità degli aiuti. Il parlamento impone che il programma sia valutato
annualmente e che le risorse siano votate annualmente. Sono nettamente ridimensionate le cifre
inizialmente valutate per l’ammontare complessivo degli aiuti ($ 22, poi 17 mld).
Gli Stati Uniti chiedono ai beneficiari di coordinare le loro politiche economiche e di unirsi in un organo
rappresentativo che collabori alla ripartizione degli aiuti. Sarà l’OEEC. Avrà sede a Parigi.
Destinatari sono 16 paesi europei da cui sono esclusi URSS e democrazie popolari che non vogliono
accettare di dare informazioni sulla propria economia. È’ un passo decisivo nel confermare la divisione
economica e politica dell’Europa.
La 2. Conferenza economica di Parigi dell’aprile 1948 fissa gli obiettivi: (1) aumentare la produzione, (2)
utilizzare meglio la manodopera, (3) assicurare la stabilità monetaria e finanziaria, (4) intensificare gli
scambi di merci e di servizi. Le politiche dei paesi aderenti devono essere coordinate e vanno controllati
i rispettivi programmi nazionali di produzione, importazione ed esportazione. Si intende favorire la
cooperazione economica fra stati.
Stima dell’incidenza dei fondi ERP in % del PNL 1949 di 5 paesi
Tasso di cambio anteriore
al 19 sett. 1949
Tasso di cambio posteriore
al 19 sett. 1949
Francia
9,9
11,5
Italia
8,8
9,6
16,1
23,1
UK
5,2
7,5
Germania occidentale
4,7
5,9
Olanda
Stanziamenti ERP sul totale delle importazioni italiane,
1948-1951.
Importaz.
Aiuto
% ERP
cif
ERP
su M cif
3 aprile 1948-30 giugno 1948
408,0
158,0
38,7
1 luglio 1948-30 giugno 1949
1.558,5
510,0
32,7
1 luglio 1949-30 giugno 1950
1.387,8
402,8
29,0
1 luglio 1950-30 giugno 1951
1.774,1
236,0
13,3
Fonte: CIR, Lo sviluppo dell'economia italiana nel quadro dellaricostruzione e cooperazione europea, Roma, 1953, p. 103.
Composizione merceologica delle autorizzazioni d'acquisto emesse dall'ECA.
Ammontare delle autorizzazioni emesse dal 3.4.1948 al 31.12.1951, in %.
Cereali
Alimentari
14,6
2,1
Cotone
25,5
Carbone
6,3
Prodotti petroliferi
Prodotti industriali vari
10,0
9,2
Macchinario
21,7
Servizi tecnici
0,8
Noli
9,8
100,0
Fonte: CIR, Lo sviluppo cit., p. 102.
Utilizzo del fondo-lire al 31.12.1951
[mld lit. correnti e percentuale sul totale]
Importo
Quota %
Agricoltura
124,6
20,0
Lavori pubblici
120,5
19,3
55,0
8,8
Trasporti
137,0
22,0
Industria
186,2
29,9
Totale
623,3
100,0
Edilizia
Fonte: CIR, Lo sviluppo cit., p. 102.
L’ERP consolida l’assetto produttivo esistente e rafforza la
concentrazione dell’industria a nord
•
•
•
Fino al 1950 i fondi ERP utilizzati per l’acquisto di macchinari e impianti furono
destinati soprattutto all’industria siderurgica, ristrutturata completamente ($ 64
mln), e all’industria elettrica ($ 66 mln), permettendo l’espansione della
produzione termica. Dal 1950 le industrie meccaniche diventano le maggiori
beneficiarie degli aiuti. Comperano macchinari e impianti negli Stati Uniti, non
sempre adeguati alle caratteristiche dell’industria italiana. Tenuto conto di ciò
furono consentiti acquisti nell’area della £ e sul mercato nazionale (usando
l’equivalente in lire degli aiuti, versato in un fondo di contropartita che è usato
per concedere crediti tramite l’IMI).
Con gli aiuti ERP si rafforza la struttura industriale esistente; le maggiori imprese
ricevono la quota più consistente degli aiuti, mentre poco tocca al tessuto di
piccole e medie imprese che avevano cominciato a svilupparsi nella seconda
metà degli anni 30.
Non viene corretto il dualismo regionale dell’economia italiana perché il flusso
nettamente prevalente degli aiuti e dei crediti finisce con l’indirizzarsi al nord.
La riorganizzazione del sistema industriale italiano nel secondo
dopoguerra.
• La scelta fondamentale compiuta negli anni della ricostruzione e nel successivo periodo di
consolidamento dello sviluppo industriale italiano riguarda il potenziamento della meccanica, un
settore allora molto dipendente dall’impiego di manodopera e quindi particolarmente adatto a
un’economia caratterizzata da salari modesti e ampia disponibilità di manodopera.
• Si tratta di confermare e potenziare il ruolo che il settore già svolgeva, riqualificando gli
indirizzi produttivi e i relativi processi per tenere conto del nuovo contesto internazionale e dei
limiti più ristretti imposti alla produzione di armamenti.
• Fondamentale la creazione di un’industria siderurgica che permettesse l’abbattimento del
costo di approvvigionamento di acciaio. La soluzione è individuata nel recupero della siderurgia
da minerale anziché da rottame che era stata tentata negli anni 1930. L’Iri gioca un ruolo
fondamentale nell’adozione di questa innovazione.
• Essa comporta una stretta collaborazione fra maggiori clienti a cui era fornito acciaio e il
produttore che è in grado di fornirlo: concretamente tra Fiat e Iri, superando la resistenza dei
produttori di acciaio padani che lavorano soprattutto rottame.
• Il nuovo orientamento comporta l’approvazione della CECA. Entro il 1955 la domanda di
acciaio sviluppata dall’economia italiana è tale da richiedere l’incremento della capacità
produttiva. Dopo 5 anni si avvieranno i lavori per il centro siderurgico di Taranto, un’innovazione
di grande portata nella localizzazione dell’industria pesante.
• Viene ridimensionato il ruolo dell’industria tessile, nonostante resti importante per
produzione e occupati fino alla riorganizzazione che la riguarda negli anni 60.
Chimica, petrolio, petrolchimica: l’avvio di un’evoluzione negli
anni 1930 nelle condizioni favorevoli dell’autarchia
•
•
•
•
La chimica italiana era fondamentalmente rappresentata dagli anni 20 dalla
Montecatini, grande impresa emersa dal progressivo assorbimento di aziende di
minori dimensioni.
Il suo campo d’attività è costituito essenzialmente da produzioni di chimica
inorganica. Hanno un’alta incidenza soprattutto i concimi chimici: in una prima
fase i perfosfati, successivamente i nitrati per i quali l’azienda mette a punto
nell’immediato primo dopoguerra un procedimento specifico.
L’azienda si rafforza notevolmente nel periodo fascista; gli anni dell’autarchia
sono il momento più alto del suo sviluppo prebellico. Negli ultimi anni 30
l’azienda partecipa, insieme con lo stato, ad alcune iniziative produttive che
costituiscono un impegno in campi innovativi nella chimica organica: la
produzione di gomma sintetica (anche con la collaborazione della Pirelli). Inoltre
partecipa all’idrogenazione del petrolio insieme con l’AGIP.
Preferisce abbandonare questi settori nel secondo dopoguerra, anche se ottiene
un grande successo nella produzione di polimeri.
Chimica, petrolio, petrolchimica: il tentativo di convertire alla
petrolchimica imprese ex elettriche costruendo un polo privato
contrapposto all’Eni
•
•
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L’Eni oltre a occuparsi di ricerca e commercializzazione di idrocarburi, cerca di essere
presente anche nel settore della petrolchimica, un comparto relativamente innovativo
nell’Italia degli anni 50.
Subentra inizialmente nello stabilimento destinato alla produzione di gomma sintetica
attraverso l’Anic (la partecipata che sotto il fascismo si era dedicata all’idrogenazione) e dal
1958 con un grande impianto a Ravenna comincia a produrre concimi a partire dal metano di
cui dispone. Li offre a un prezzo del 15-20% inferiore a quello chiesto dalla Montecatini che
ha una posizione dominante sul mercato italiano.
Nel 1960 comincia la costruzione di un nuovo grande stabilimento a Gela, capace di
sfruttare, in parte, il petrolio molto pesante e solforoso di un giacimento marino.
L’Anic riprende la produzione di gomma sintetica dopo l’abbandono dell’impegno nel
comparto che avevano deciso Pirelli e Montecatini nel 1945.L’Eni diventa un protagonista
della chimica in Italia, accentuando la fragilità della Montecatini.
Dopo la nazionalizzazione della produzione di elettricità (1962) quest’ultima tenterà di
riqualificarsi unendosi alla Edison, la maggiore impresa elettrica nazionalizzata, che aveva
tentato una diversificazione nella chimica. L’indennizzo della nazionalizzazione consente di
formare un grande polo chimico privato.
La posizione relativa dell’economica italiana rispetto a quella di altri paesi
sviluppati. Il reddito pro capite italiano rispetto a quello di 6 paesi,
1820-1991
La posizione relativa dell’economica italiana rispetto a quella di altri paesi
sviluppati. Il reddito pro capite italiano rispetto a quello di 6 paesi, 19381991 (1/3)
Prodotto interno lordo pro capite in dollari internazionali 1990
1938
1948
1951
1956
1961
1966
1971
1976
1981
1986
1991
Belgio
4.730
4.917
5.625
6.287
7.095
8.595
10.752
12.790
13.875
14.771
17.060
Francia
4.424
4.352
5.500
6.506
7.801
9.264
11.994
13.626
15.075
16.086
17.755
Germania
5.126
3.187
4.651
6.839
8.729
10.299
12.161
13.797
15.355
16.786
19.339
Italia
3.244
2.996
3.658
4.754
6.236
7.771
9.598
11.199
13.145
14.241
16.112
Giappone
2.356
1.660
2.072
2.868
4.307
6.327
9.726
11.309
13.484
15.542
19.240
Gran Bretagna
5.983
6.441
7.022
7.823
8.780
9.800
10.852
12.023
12.599
14.614
15.867
Stati Uniti
6.134
9.075
10.338
10.970
11.285
14.017
15.158
16.773
18.569
20.426
21.366
Fonte: Angus Maddison, L'économie mondiale 1820-1992, analyse et statistiques, Paris, OECD, 1995, Appendice D.
Il reddito pro capite italiano rispetto a quello di 6 paesi
sviluppati, 1938-1991 (2/3)
Prodotto interno lordo pro capite in dollari internazionali 1990 in percentuale di quello degli Stati Uniti.
1938
1948
1951
1956
1961
1966
1971
1976
1981
1986
1991
Belgio
77,11
54,18
54,41
57,31
62,87
61,32
70,93
76,25
74,72
72,31
79,85
Francia
72,12
47,96
53,20
59,31
69,13
66,09
79,13
81,24
81,18
78,75
83,10
Germania
83,57
35,12
44,99
62,34
77,35
73,48
80,23
82,26
82,69
82,18
90,51
Italia
52,89
33,01
35,38
43,34
55,26
55,44
63,32
66,77
70,79
69,72
75,41
Giappone
38,41
18,29
20,04
26,14
38,17
45,14
64,16
67,42
72,62
76,09
90,05
Gran Bretagna
97,54
70,98
67,92
71,31
77,80
69,92
71,59
71,68
67,85
71,55
74,26
100,00
100,00
100,00
100,00
100,00
100,00
100,00
100,00
100,00
100,00
100,00
Stati Uniti
Fonte: elaborazione da A. Maddison cit.
La crescita del reddito pro capite di 7 paesi sviluppati, 19381991 (3/3): un confronto attraverso un indice.
Indice di variazione del pil pro capite in dollari costanti, 1948=100
1938
1948
1951
1956
1961
1966
1971
1976
1981
1986
1991
Belgio
96,20
100,00
114,40
127,86
144,30
174,80
218,67
260,12
282,18
300,41
346,96
Francia
101,65
100,00
126,38
149,49
179,25
212,87
275,60
313,10
346,39
369,62
407,97
Germania
160,84
100,00
145,94
214,59
273,89
323,16
381,58
432,91
481,80
526,70
606,81
Italia
108,28
100,00
122,10
158,68
208,14
259,38
320,36
373,80
438,75
475,33
537,78
Giappone
141,93
100,00
124,82
172,77
259,46
381,14
585,90
681,27
812,29
936,27
1.159,04
Gran Bretagna
92,89
100,00
109,02
121,46
136,31
152,15
168,48
186,66
195,61
226,89
246,34
Stati Uniti
67,59
100,00
113,92
120,88
124,35
154,46
167,03
184,83
204,62
225,08
235,44
Fonte: elaborazione da A. Maddison cit.
Tasso composto di variazione media annua del Pil pro capite in 12 paesi
dell’Europa occidentale, 1960-2005
$ US 2000
1960-65
1966-70
1971-75
1976-80
1981-85
1986-90
1991-95
1996-00
2001-05
1960-2 005
Austria
2,93
3,81
2,64
2,36
1,53
2,22
1,05
2,29
0,85
2,66
Belgio
3,32
3,90
2,55
1,97
0,99
2,50
0,96
2,24
0,87
2,51
Danimarca
3,71
2,57
0,58
0,90
2,33
0,40
1,78
1,99
0,98
2,06
Finlandia
3,53
4,13
3,49
2,76
2,09
2,40
0,05
3,67
1,84
2,77
Francia
3,65
3,64
1,94
2,00
1,36
2,22
0,67
2,28
0,56
2,45
1,51
2,29
1,33
2,50
0,78
1,73
0,46
Germania
..
..
..
Italia
3,67
4,48
2,28
2,76
1,48
2,51
0,93
1,73
-0,28
2,64
Olanda
2,83
3,78
1,63
1,15
0,89
2,19
1,08
2,58
0,22
2,15
Norvegia
3,17
2,31
3,22
3,09
2,69
0,66
2,64
2,04
1,02
2,92
Svezia
3,72
3,06
2,15
0,90
1,85
1,49
0,40
2,90
1,72
2,15
Svizzera
2,76
2,52
-0,25
2,06
0,79
1,92
-0,45
1,60
0,23
1,37
United Kingdom
1,97
1,77
1,61
1,21
2,19
2,21
1,80
2,20
1,64
2,09
Tassi di crescita medi annui delle retribuzioni reali in 4
economie industrializzate, 1951-1994
Italia
Francia
Germania
USA
1951-62
2,8
4,7
6,3
3,1
1951-58
1,3
4,7
5,4
3,2
1959-62
5,8
4,5
8,2
3,1
1963-76
5,9
3,5
4,1
1,4
1977-94
1,9
1,4
1,8
0,5
Fonte: Storia del capitalismo italiano, a cura di Fabrizio Barca, Roma, 1998, p. 39.
Un giudizio di Paolo Baffi del 1966 mette in evidenza il carattere europeo
dell’aumento dei salari all’inizio degli anni 1960 a causa della scarsità di
manodopera. Su cui incidono i movimenti migratori verso la Germania
•
“Durante il triennio 1962-64, i redditi pro capite da lavoro sono aumentati nell’economia
italiana del 56 per cento. Durante il biennio 1964-65, essi sono aumentati in Olanda del 27
per cento. Questi sono chiari esempi di esplosione salariale, che hanno recato seco, in Italia
durante il 1963, in Olanda durante il 1964, un peggioramento nel saldo delle partite
correnti della bilancia dei pagamenti pari al 2 per cento circa del prodotto nazionale.
Il raggiungimento, durante la prima metà degli anni sessanta, di condizioni di pieno
impiego ha influenzato la relazione tra i movimenti salariali e quelli della produttività in
senso destabilizzatore. Durante gli anni cinquanta il tasso di progressione dei salari fu
piuttosto uniforme. Di conseguenza, la sua eccedenza rispetto a quella della produttività si
accresceva, di regola, nelle fasi di rallentamento della produttività associato a rallentamenti
produttivi. Negli anni sessanta, questa relazione si è trovata spesso rovesciata, perché negli
anni di maggiore sviluppo produttivo l’accentuarsi della scarsità di mano d’opera ha
accelerato la corsa dei salari. In queste nuove condizioni, è avvenuto talvolta,
paradossalmente, che i problemi dell’inflazione salariale e dell’equilibrio esterno si
acutizzassero durante le fasi di rapido aumento della produzione e della produttività”.
Fonte: Paolo Baffi, Nuovi studi sulla moneta, Milano, Giuffrè, 1973, p. 11.
Il governo per contenere le conseguenze degli aumenti
salariali accorda la fiscalizzazione degli oneri sociali
finanziandola con l’indebitamento
Paolo Baffi, Nuovi studi cit., (1966):
• “Dopo che l’inflazione salariale si era sviluppata nel 1963-64, una parte dei
contributi per le assicurazioni sociali dovuti dalle imprese fu presa in carico dal
bilancio dello Stato. Il nuovo onere di bilancio fu finanziato solo in piccola parte
con l’aumento della tassazione indiretta, nella parte maggiore con
l’indebitamento; ma si potrebbe immaginare una diversa possibilità, ossia che
l’eccedenza di potere d’acquisto venisse assorbita interamente dalla tassazione ed
usata per ripristinare i margini del profitto”.
• L’intervento statale a sostegno delle imprese gioca nuovamente un ruolo
significativo nell’assicurare lo sviluppo economico italiano. Questo episodio
prelude all’azione massiccia con cui si interverrà, fra la metà degli anni 70 e i primi
anni 80, per favorire la ristrutturazione del sistema industriale italiano come
reazione (1) alle esigenze pressanti di riequilibrare la bilancia dei pagamenti dopo
il primo shock petrolifero (1973) e dopo il secondo (1979-1980) e (2)
all’irrigidimento dei costi derivanti dal forte aumento dei prezzi del petrolio come
materia prima e fonte di energia.
Gli inizi di una fase di crescita economica e
trasformazione sociale più difficile
• Tra la metà degli anni 1960 e i primi anni 1970 si modificano gli assetti che
avevano permesso l’intenso sviluppo del secondo dopoguerra. Il livello dei prezzi
aumenta, prima in misura non molto diversa dal tasso di moderata inflazione degli
anni 1950-1965 (circa 3% medio), poi in maniera più accelerata, soprattutto dopo il
1973. I tassi di interesse annuo tendono anch’essi ad aumentare. I livelli salariali, dal
1962-1963 crescono nettamente, recuperando il ritardo accumulato dalla fine della
guerra.
• Si contraggono progressivamente i margini di profitto delle imprese industriali
mentre comincia a prospettarsi l’esigenza di investire per crescere e riqualificare le
produzioni, mantenere la competitività. In almeno due occasioni (1961-62 e 196972) la Banca d’Italia interviene per correggere questa tendenza aumentando la
liquidità e favorendo l’accelerazione dell’inflazione.
• Il suo governatore Guido Carli contribuisce ad affossare i progetti di
programmazione che intendono riformare l’economia italiana.
• L’evoluzione del sistema internazionale dei pagamenti e la crescente debolezza
del $, riflesso di nuove condizioni della bilancia dei pagamenti USA, accentuano
l’instabilità valutaria e la spinta verso l’alto dei prezzi espressi in $.
La crisi petrolifera
•
•
•
•
L’erosione del potere d’acquisto del $ spinge i paesi produttori di greggio di
rivedere il prezzo a cui cedono un prodotto fondamentale per le economie
moderne, industrializzate e non.
La revoca della convertibilità aurea del $ con cui l’amministrazione Nixon provoca
la svalutazione della propria moneta colpisce gravemente i paesi produttori.
Quando la guerra con Israele del 1973 fornisce una motivazione politica che
permette di superare il contrasto fra stati produttori che hanno esigenze diverse,
viene realizzato un primo drastico aumento di prezzo da parte dei paesi OPEC per
sostenere la richiesta dell’abbandono di territori acquisiti durante la guerra del
Kippur da Israele.
Il prezzo del petrolio continuerà a oscillare negli anni successivi, normalmente su
valori nettamente > a quelli prevalsi prima del 1973. Nuovi esportatori di petrolio
non appartenenti all’OPEC permettono però di contenere le quotazioni.
La rivoluzione khomeinista in Iran e le tensioni fra Iran e USA comportano una
secondo forte incremento del prezzo del petrolio nel 1979-1980.
Implicazioni economiche dell’aumentato prezzo del
petrolio
•
•
•
•
•
•
Il forte incremento del prezzo del petrolio comporta un onere accresciuto per la
bilancia commerciale di tutti i paesi importatori.
L’Italia è uno dei più colpiti.
Vanno trovate soluzioni per rimediare al deficit commerciale. Si devono offrire
più merci e servizi o si devono attrarre investimenti che compensino, con il conto
capitale, il deficit del conto corrente.
Dal punto di vista del sistema economico nel suo complesso la situazione
valutaria diventa particolarmente difficile da gestire.
La modifica del prezzo del petrolio incide negativamente sugli equilibri di
gestione delle imprese: aumentano i costi e si irrigidisce la tesoreria. Proprio
quando servono risorse per gli investimenti che permetterebbero di limitare la
dipendenza dal petrolio come fonte di energia e come materia prima.
Le difficoltà che colpiscono il sistema economico italiano aggravano una
situazione già difficile, a causa anche (non esclusivamente) dell’evoluzione delle
relazioni industriali .
La svolta nel modello di sviluppo italiano.
• “La politica macroeconomica integrò […] il sostegno statale delle
maggiori imprese: una mole crescente di trasferimenti pubblici che alla
fine degli anni Settanta giunsero a rappresentare il 3,5% del Pil, un buon
terzo in più della media dei principali paesi europei, e il 6% del valore
aggiunto industriale. Dalla gestione monetaria dell’inflazione e del
cambio venne all’industria un vantaggio di competitività dell’ordine del
15% tra il 1970 e il 1980” [Giangiacomo Nardozzi, Miracolo e declino,
Bari-Roma, 2004, p. 65].
• Si afferma con vigore, nell’industria privata e in quella pubblica, il
“capitalismo assistito”.
Tassi medi annui di variazione di grandezze
macroeconomiche, 1951-1971.
1951-58
1958-63
1963-71
Reddito nazionale lordo
5,3
6,6
4,7
Produzione manifatturiera
6,8
11,7
5,4
Produttività
4,8
7,2
5,0
Investimenti fissi lordi
9,8
10,2
1,6
Occupazione
0,5
-0,6
-0,3
Prezzi (deflatore implicito del RNL)
2,9
3,8
4,2
Fonte: G. Gualerni, Economia aperta, Torino, 1991, p. 525.
Riforma fiscale e spesa pubblica. I limiti di un’imposizione di
tipo reale e della sovrapposizione delle competenze
• L’Italia all’uscita dalla guerra ha un sistema fiscale che risale al periodo postunitario; solo in
misura limitata è stato adeguato alla trasformazione in senso industriale dell’economia. Nei
primi anni 20 sono state introdotte nuove tasse sui consumi e sono state estese le basi
d’imposizione dei redditi di lavoratori dipendenti per allargare la base imponibile.
• Il sistema fiscale lascia ampi margini di elusione e evasione; diversi tentativi di limitarli (per
es. nel campo della tassazione dei proventi finanziari) sono stati accolti con forti resistenze e
sono falliti.
• Il funzionamento del sistema tributario italiano è complicato dalla sovrapposizione di
finanza erariale e finanza locale: alimentata in parte da addizionali su imposte erariali. Molti
vincoli bloccano l’autonomia impositiva degli enti locali. L’erario deve coprire necessariamente
parte della spesa degli enti locali .
• Agisce negativamente anche l’abitudine consolidata di affidare l’esazione a operatori
privati (esattori) che aumentano l’onere del prelievo per i contribuenti e riducono l’entrata.
• L’estensione delle esigenze di spesa da parte delle amministrazioni pubbliche dopo il 1965
circa entra in conflitto con una cronica difficoltà a disporre di entrate fiscali adeguate.
• Negli anni 1950 e agli inizi degli anni 60 , eccetto le innovazioni introdotte da Vanoni nel
1951 e nel 1954 per la finanza locale e per la denuncia dei redditi, non ci sono significative
innovazioni. La spesa pubblica è frenata e la finanza statale non pone problemi insuperabili,
anche se frena la richiesta di trasformazioni sociali.
Un ostacolo alla riforma: la debolezza della finanza
pubblica. La riforma fiscale del 1973 e l’incremento
della spesa pubblica
•
•
•
•
•
Negli anni 60 un’apposita commissione ministeriale studia un progetto articolato
di riforma fiscale che dovrebbe aumentare l’equità del sistema, consentire un
aumento di entrate e adeguare il sistema tributario italiano all’evoluzione che è
in corso negli altri paesi della CEE. È una occasione mancata.
Anche se da questo lavoro nascerà l’introduzione di una nuova imposta sui
consumi (IVA), destinata in parte al finanziamento del bilancio delle Comunità
economiche europee, e la prima trasformazione delle imposizioni sui redditi di
persone fisiche e giuridiche.
L’introduzione avviene nel 1973, mentre è in corso, dopo un lunghissimo rinvio,
l’evoluzione della politica sociale nel paese.
Essa comporta un maggior livello di spesa da parte delle amministrazioni
pubbliche, soprattutto per completare la formazione di un servizio sanitario
nazionale affidato alle regioni. Di cui costituisce la principale competenza.
L’esigenza di aumentare il livello della spesa sociale nasce spesso dalla necessità
di razionalizzare gli interventi in questo campo e aumentarne l’efficacia.
Pressione fiscale della pubblica ammin., in Italia nella
CE e in 3 grandi paesi, 1960-92
Italia
Media CE
(ponderata)
Media F, D,
UK (pond.)
Italia
Media CE
(ponderata)
Media F, D,
UK (pond.)
1960
1965
1970
1975
1980
1981
1982
1983
1984
25,8
27,4
26,8
26,7
31,0
32,1
34,1
35,6
35,4
34,6
36,9
39,5
40,0
40,5
40,9
41,2
36,2
38,5
40,8
41,4
41,9
41,8
42,2
1985
1986
1987
1988
1989
1990
1991
1992
35,6
35,9
36,6
37,0
38,7
39,5
40,4
40,7
41,3
41,0
41,4
41,1
41,0
40,5
41,6
41,4
42,2
41,6
41,7
41,3
41,2
40,7
41,9
41,2
Le medie sono calcolate escludendo l'Italia.
Fonte: Giancarlo Morcaldo, La finanza pubblica in Italia (1960-1992), Bologna, 1993, p. 51.
Spese ed entrate delle pubbliche amministrazioni in %
del Pil, medie pluriennali, 1960-1990.
1960-1967
Spese pubbliche totali
a) Italia
b) CEE
c) OCSE
d) a-b
e) a-c
Spese pubbliche correnti
f) Italia
g) CEE
h) OCSE
i) f-g
l) f-h
Entrate correnti
m) Italia
n) CEE
o) OCSE
p) m-n
q) m-o
1968-1973
1974-1979
1980-1983
1984-1988
1988-1990
31,9
33,9
29,4
-2,0
2,5
36,0
37,1
32,1
-1,1
3,9
42,9
43,2
36,6
-0,3
6,3
45,9
47,5
40,3
-1,6
5,6
50,5
49,2
41,0
1,3
10,8
40,2
41,0
35,0
-0,8
5,2
28,2
29,0
25,7
-0,8
2,5
32,4
32,3
28,5
0,1
3,9
38,7
38,8
33,2
-0,1
5,5
41,7
43,5
37,0
-1,8
4,7
45,6
45,5
38,0
0,1
7,6
36,1
36,6
31,5
-0,5
4,6
29,7
32,5
28,3
-2,8
1,4
30,8
35,8
31,0
-5,0
-0,2
33,5
38,8
33,2
-5,3
0,3
35,2
41,7
35,6
-6,5
-0,4
38,8
43,6
36,5
-4,8
2,3
33,0
37,7
32,3
4,7
0,7
Amministrazioni pubbliche: entrate fiscali e totali,
saldi e disavanzo corrente in % del Pil, 1960-92.
50.0
40.0
30.0
Entrate fiscali
20.0
Totale entrate
Disavanzo corrente
10.0
Indebitamento netto
1960
1961
1962
1963
1964
1965
1966
1967
1968
1969
1970
1971
1972
1973
1974
1975
1976
1977
1978
1979
1980
1981
1982
1983
1984
1985
1986
1987
1988
1989
1990
1991
1992
0.0
-10.0
-20.0
Evoluzione del debito pubblico italiano rispetto al PIL e
disavanzo primario (al netto degli interessi sul debito pubblico),
1967-1985
Debito/Pil
1967
38,7
1968
40,8
1969
Disav.prim.
Debito/Pil
Disav.prim.
1977
58,3
4,2
1,6
1978
63,3
4,8
38,6
1,8
1979
62,4
4,7
1970
41,1
2,1
1980
57,7
3,3
1971
46,4
3,4
1981
59,9
5,3
1972
53,1
4,9
1982
64,7
4,2
1973
55,1
4,3
1983
70,8
3,1
1974
54,5
3,8
1984
76,3
3,5
1975
60,0
8,1
1985
82,7
4,4
1976
58,5
5,3
Fonte: Artoni e Biancini, in Storia cit., p. 372.
Il rapporto debito/Pil, 1951-1985
• Dal 1951 fino al 1967 il rapporto Debito/Pil resta quasi costante. Gli incrementi
annui dovuti all’aumento del deficit vanno restringendosi e il reddito nominale
cresce.
• A partire dal 1971 il fabbisogno cresce e fa aumentare il rapporto, anche se il
forte incremento dei prezzi fa crescere sensibilmente il valore del Pil.
• Dal 1982 l’aumento del rapporto Debito/Pil è spinto velocemente in alto dal
deficit pubblico, che cresce velocemente, nonostante il Pil vada crescendo, grazie
all’inflazione. Dal 1985 l’incremento del rapporto è dovuto soprattutto al fabbisogno
di risorse per coprire il disavanzo. L’aumento del Pil non riesce a compensarlo.
• Tra 1984 e 1985 crescono le preoccupazioni per il peso del debito pubblico, sulla
sua sostenibilità e sui rischi che fa pesare sul sistema finanziario italiano.
• Il debito si autoalimenta attraverso gli alti tassi di interesse.
• La crescente integrazione finanziaria internazionale aumenta i rischi
• Dal 1981 la Banca d’Italia (gov. Ciampi) ha smesso di assorbire automaticamente
il debito non collocato alle aste del Tesoro. E’ una scelta a favore di una politica di
deflazione, considerata necessaria per favorire una diversa politica economica.
I problemi posti dalla massa del debito pubblico italiano nella
valutazione della Commissione di studio del Ministero del tesoro
presieduta da Mario Sarcinelli su ricchezza finanziaria, debito
pubblico e politica monetaria (1986)
• La Commissione esclude di rimediare al crescente indebitamento del settore
pubblico con un’operazione di consolidamento del debito. Le origini del fenomeno
sono di natura reale e avranno effetti di natura reale se non si rimedia. Il problema
su cui si concentra l’attenzione riguarda la possibilità di rendere compatibile la
difficile situazione della finanza pubblica con un processo di liberalizzazione
finanziaria “che deve necessariamente investire l’Italia”.
• “Una crescita del debito pubblico a ritmi simili a quelli del passato recente tende
a provocare un eccesso di offerta di attività finanziarie, con rischi per la stabilità dei
prezzi, ove si ricorra alla monetizzazione del debito, o per lo sviluppo del reddito e
dell’accumulazione, ove si abbia un graduale spiazzamento della ricchezza reale e del
capitale produttivo da parte del debito; né i vincoli esterni di bilancia [dei
pagamenti], di cambio e di integrazione potrebbero essere rispettati qualora
l’incompatibilità tra crescita del debito e obiettivi finali non fosse in qualche modo
risolta” [p. XVI].
• Gli obiettivi sono: una maggiore crescita; un’accumulazione più rapida per
migliorare le prospettive dell’occupazione; la stabilità dei prezzi; la sostenibilità della
struttura finanziaria per favorire i processi di allocazione e l’accumulazione.
L’integrazione finanziaria internazionale rende
irreversibile la tendenza alla liberalizzazione valutaria
•
Altri problemi emergono dal contrasto tra l’innegabile
il tradizionale
protezionismo valutario italiano, la tendenza all’internazionalizzazione delle
imprese, della produzione e della finanza e i vincoli esterni, almeno per quanto
riguarda il cambio. "In un periodo in cui l’impresa di produzione tende ad
acquisire anche connotazioni finanziarie, in cui la localizzazione dei processi
produttivi dell’industria finanziaria è sempre più dipendente da un ambiente
dove prevale la libera circolazione dei capitali, in cui la ricchezza familiare ricerca
nella diversificazione una migliore salvaguardia del proprio valore, diviene
sempre più difficile imporre trattamenti diversi agli scambi commerciali e ai
movimenti di capitale. […] le tendenze spontanee si muovono nella stessa
direzione degli sviluppi comunitari. Al di là degli obblighi esistenti di
liberalizzazione, la Commissione della CEE ha allo studio un progetto di direttiva
che dovrebbe comportare, nel quadro del mercato unico, oltre alla completa
liberalizzazione dei movimenti di capitali e dei pagamenti, anche la libertà di
offerta dei servizi finanziari” [p. XVIII].
L’Italia incontra difficoltà molto gravi nel tentativo di impostare la politica di
correzione finanziaria individuata a metà anni 1980: un confronto con 3
paesi europei di voci del bilancio statale in % dei rispettivi Pil, 1983-2000
IT
F
D
UK
1983
1996
2000
1983
1996
2000
1983
1996
2000
1983
1996
2000
Indebitamento
10,5
7,1
1,5
3,2
4,1
1,3
2,6
3,4
1,0
3,4
4,4
-1,9
Tot. entrate
39,5
45,8
45,8
49,3
51,4
51,9
45,8
46,8
47,0
42,0
39,8
42,1
Tot. spese nette
di interessi
42,5
41,4
40,8
49,9
51,5
49,9
45,4
46,6
44,8
40,6
40,5
37,4
Spese interessi
0,3
11,5
6,5
2,6
3,9
3,3
3,0
3,7
3,3
4,7
3,7
2,7
Debito pubbl.
lordo
70,8
122,7
110,5
26,6
57,1
58,0
40,2
59,8
60,3
54,1
52,7
42,9
Fonte: Artoni e Biancini, in Storia cit., p. 373.
Segnali di una prolungata recessione: investimenti, consumi,
esportazioni in Italia, 1948-1995, tassi percentuali di crescita.
Esportazioni
Invest.
lordi
1948-62
0,6
1,9
2,8
0,8
5,5
1948-52
0,3
1,2
2,9
0,6
4,9
1953-58
0,7
2,0
2,3
0,9
5,3
1959-62
0,9
2,6
3,4
1,0
6,6
1963-76
1,0
0,8
3,0
0,7
4,4
1977-95
0,9
0,2
1,7
0,4
2,3
Consumi
Fonte: Storia del capitalismo italiano, a cura di Fabrizio Barca, Roma, 1998, p. 39.
Consumi
collettivi
Tasso Pil
Una proposta di cronologia, 1945-2000
1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.
1945-1951: la ricostruzione.
1951-1957: investimenti, innovazioni e consolidamento di settori produttivi.
1958-1962: il “miracolo economico”.
1963-1972: il primo inceppamento della crescita economica italiana e la ripresa in
un contesto sempre più difficile, anche sul piano finanziario internazionale.
1973-1974: la prima “crisi petrolifera”.
1975-1981: la ricerca di nuovi equilibri della bilancia dei pagamenti e l’impegno
di riorganizzare la produzione rendere più flessibili i processi produttivi; la
seconda “crisi petrolifera” (1979) e l’adesione al Sistema monetario europeo,
SME). Il potenziamento della Comunità europea: consolidamento ed espansione
dell’integrazione economica europea. La lotta all’inflazione e l’avvio di una nuova
politica di alto tasso di cambio del dollaro e alti tassi di interesse in USA.
1982-1992: nuovi indirizzi di politica economica in un contesto internazionale in
rapida evoluzione ed instabile; difficoltà della finanza pubblica e trasformazioni
strutturali.
1992-2002: dalla crisi alla moneta unica europea in condizioni che rendono
difficile governare i cambiamenti economici e finanziari in atto.
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L`economia italiana nella seconda metà del Novecento