Rosario COLUCCIA
«La lingua dell’italiano letterario»
1
Programma per i frequentanti, che sosterranno la
prova scritta nella data che verrà precisata al
termine delle lezioni. Prenotazione tramite il
sistema VOL, secondo le modalità lì indicate.
• I. Bonomi - A. Masini - S. Morgana - M. Piotti,
Elementi di linguistica italiana, Carocci Editore,
Milano 2010 (per intero).
• L. Serianni, Lirica, in Storia dell’italiano scritto. I.
Poesia, a cura di G. Antonelli,M. Motolese, L.
Tomasin, Roma, Carocci, 2014, pp. 27-83.
• I contenuti delle lezioni e i materiali di volta in volta
distribuiti e commentati. Inoltre i due file
ColucciaDanteMLI9; ColucciaDante2012 (vedi sito2
→ Documenti).
II Programma per i non frequentanti
(sosterranno l’esame orale. Prenotazione
tramite il sistema VOL, secondo le modalità
consuete).
• I. Bonomi - A. Masini - S. Morgana - M. Piotti,
Elementi di linguistica italiana, Carocci Editore,
Milano 2010 (per intero).
• L. Serianni, Lirica, in Storia dell’italiano scritto. I.
Poesia, a cura di G. Antonelli,M. Motolese, L.
Tomasin, Roma, Carocci, 2014, pp. 27-83.
• G. Patota, La grande bellezza dell'italiano. Dante,
Petrarca, Boccaccio, Bari, Laterza, 2014.
.
3
Lingua italiana
ricorso alla cultura classica (il latino, naturalmente, e anche il greco,
che costituiscono serbatoi preziosi ai quali essa attinge nel corso di tutta
la propria storia)
rapporti di dare e avere con molti idiomi diversi e scambi con
la variegata realtà dialettale (in Italia particolarmente vivace e
nient’affatto destinata all’estinzione, anche oggi i dialetti sono ben vivi)
normali processi di obsolescenza e di neoformazione e che ne
modificano la struttura (grafia, fonomorfologia, sintassi e lessico)
Peculiarità:
evidente riconoscibilità in diacronia e
(relativa) stabilità nel tempo che conferiscono un aspetto in
qualche modo familiare anche a opere remote della letteratura.
Durante la lezione, affiorano questi temi.
1. morbus anglicus
drink (~ bevanda)
coffee break (~ pausa caffé)
meeting point (~ punto d’incontro)
body guard (~ guardia del corpo)
student service, customer service, customer satisfaction
authority, privacy, Rai educational, Raifiction,
Welfare, Tax day, USA day, Sport day, election day
Un ministro in un incontro ai Lincei il 7 ottobre ha parlato
di education come mission
spending rewiew, Jobs Act
food, fashion, glamour
5
quesito: cos’è la «spending rewiew»?
quesito più difficile: cos’è il «jobs act»?
è corretta la -s?
Jumpstart Our Business Startups
To increase American job creation and economic growth by
improving access to the public capital markets for emerging
growth companies.
“Jobs Act? E che ne so, e chi lo conosce. Non so manco se è nu
pesce, è na carne… Di nome non lo so, poi magari se lo vedo,
lo riconosco. C’ha la barba?”. Così il senatore di Forza Italia,
Antonio Razzi risponde a una domanda di Claudio Sabelli
Fioretti e Giorgio Lauro sul piano riforme del governo Renzi,
nel corso della trasmissione radiofonica “Un giorno da pecora»
6
(radio due)
2. italiano all’estero
musica
movimenti musicali: adagio andante, allegro,
accelerando, crescendo, forte, fortissimo, lento,
maestoso
composizioni ballabile, concertino, sinfonietta
protagonisti dell’opera baritono, basso, contralto,
mezzosoprano, tenorino
strumenti pianoforte, pianola, tuba, viola,
violoncello
7
cucina e alimentazione
lasagne (a partire dal XVI secolo) successivamente
aleatico, panettone, pappardelle
pizza (che pare sia la parola italiana più diffusa al
mondo),
pasta,
spaghetti,
cannelloni,
cappuccino, espresso, mortadella, salame,
tiramisù
8
nomi fintamente o allusivamente italiani !!!
parmesan, freddocino
«Combino» e «Fioccini», «Tizio» e «Bellarom»
In molti casi, per ottenere il cosiddetto «country-of-origin effect»
[anglicismo!!!] ditte tedesche ricorrono per i loro prodotti a
nomi che richiamano l’Italia senza averne l’origine:
«acentino», «alberto» [pizza e piatti pronti a base di pasta
surgelati], «baresa» [sughi pronti], «bellarom» [caffè],
«caffeciao», «casale» [mozzarella], «casa moderna» [pizza],
«combino» [pasta e sughi pronti], «costa delicata» [frutti di
mare], «cucina» [linea di prodotti vari “all’italiana”], «cucina
originale italiana» [linea di prodotti vari “all’italiana”], «Don
Camillo» [piatti a base di pasta], ecc.
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3. scambi con la variegata realtà dialettale
Oggi circa il 50% della popolazione alterna
italiano e dialetto, circa il 40% della popolazione
usa esclusivamente l’italiano, si aggira intorno al
6/7% la percentuale di coloro che usano solo il
dialetto.
Siamo in una situazione di diglossia (non rigida)
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Sottoposti alla pressione dell’italiano, i dialetti si
indeboliscono: perdono parole (salent. caforchia,
cannaozzu, currulu, dderlampare, sire, tata e
moltissime altre) o sostituiscono [/affiancano]
[al/]le forme dialettali con [0] altre italianizzanti
(canata > cognata, cittu > zitto, faore > favore,
fungu > fungo, pete > piede, state > estate e
moltissime altre)
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A direzione invertita, molti termini dialettali
entrano nell’italiano.
Piemonte: agnolotti, fonduta, gianduiotto,
grissini; barbera, barolo; funzionario, vidimare,
battere la fiacca, piantare una grana
Lombardia: grana, gorgonzola, fesa, ossobuco,
panettone; lavandino, mantovane, tapparelle;
marsina
Toscana: panforte, ricciarelli; becero, bischero,
figuro, perbene (< Pinocchio); un sacco e una
sporta (< Pinocchio); mandare a quel paese
12
Lazio (e Roma in particolare): braciola,
porchetta, saltimbocca, sfilatino, supplì,
stracciatella, spaghetti (all’amatriciana / alla
matriciana);
Italia meridionale: pizza, caciocavallo, provola,
provolone, calamaro, capitone, cernia,
cannolicchio, vongola; lampara; camorra
Salento: negramaro, primitivo
Sicilia: cannolo, cassata; passito, nero d’Avola;
intrallazzo, mafia, omertà, picciotto, pizzo, pizzino;
incazzarsi
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Anche fenomeni fonomorfologici (controversi!!!).
dal settentrione:
esclamativa parziale con introduttore di che: che
bello, che bravo (invece di: quanto è bello, come è
bello, ecc.)
introduttore interrogativo cosa per quanto: cosa
costa? cosa pesa?
pronome te invece di tu (quest’uso è settentr,
toscano e romano): in posizione isolata: io sto bene,
e te?; posposto: lo dici te, lo pensi te; separato dal
verbo: te cosa fai domani? te cosa vuoi fare?
14
da Roma:
sta per è: sta malato; ci sta per c’è: ci sta un
supermercato, qui vicino?
congiuntivo imperfetto invece del presente: che la
smettesse! che si stesse zitto!
interrogativa introdotta da che: che sei impazzito?;
che non ti senti bene?
suffisso -aro: borgataro, gruppettaro, benzinaro,
rocchettaro, ecc.
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dall’Italia meridionale
oggetto preposizionale: amo a Marta, domani
vedo a Maria
in Salento:
ipercorrettismi nell’uso della sonora:
/stadzione/, con la sonora
riluttanza alle consonanti finali: /barra/
‘bar’, /agga/ ‘[caffè] Hag’
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4. normali processi di neoformazione e di
obsolescenza
Lessico: parole italiane poco conosciute, pur registrate
nei dizionari
abbreviatore, accarezzamento, accoglitore, acquaiolo,
adeguazione, affastellatore, agapico, aghettiforme,
aleggiare, allestitura
cachigrafo, califfa, cancrenarsi, capivoltare,
carnivoria, cassula, cavernità, centuplice,
chiamavetture, ciabattoso
facondo, fare ciccia, favoreggiare, fiammoso,
finestrata, fluttare, formulistica, frasconaia,
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frondeggiare, fuori chiave
Lo sviluppo di nuove conoscenze e l’affermarsi di
contesti tecnologici e sociali mutevoli – l’informatica,
le telecomunicazioni, l’economia, la politica, i grandi
cambiamenti mondiali in atto – determinano
un’elevata mobilità lessicale, che si manifesta anche
nell’oscillazione delle forme denominative e nella
creazione di parole nuove
un esempio per tutti:
tangentopoli ‘nel linguaggio giornalistico degli anni
novanta, lo scandalo delle tangenti legate alla pubblica
amministrazione’ (all’inizio riferito alla sola città [-poli, <
gr. Polis ‘città’ ] di Milano)
da lì, dimenticando l’etimologia originaria: affittopoli,
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calciopoli, parentopoli, ecc.
Riprendiamo il discorso interrotto alla
diapositiva n. 4
«Chi […] si inizierà a Dante, tolte le aree pentacolari
riservate all’oscurità, da lambire e oltrepassare in
convenzionale reverenza, comprende senza ostacolo, ed
è destinatoa rendersi conto in tempo più maturo, come
gli fosse sfuggito, più ancora che il depositodi una
memoria sapientissima, il fatto elementare (che
naturalmente non capiterebbe ai suoi coetanei lettori
della Chanson de Roland e del Nibelungenlied)
che la Commedia è scritta in italiano antico».
G. Contini, Filologia, in Breviario di ecdotica, Milano19
Napoli, Ricciardi, 1986 [1977], pp. 3-66: 3
italofono di media cultura comprende il
significato primario ed elementare di frasi come:
Qualsiasi
«Nel
mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai
per una selva oscura / ché la diritta via era
smarrita»».
«Per alti monti et per selve aspre trovo / qualche
riposo: ogni habitato loco / è nemico mortal
degli occhi miei»
Non ha senso tradurle in italiano moderno !!!
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traduzioni e adattamenti, con intenti
fondamentalmente didattici e scolastici
di Chaucer in Gran Bretagna
di Villon in Francia
del Cid in Spagna
delle antiche opere letterarie in
Germania
di Camões in Portogallo e in Brasile
21
La nostra lingua
si è modificata relativamente poco nel corso del
tempo, diversamente da quanto accade ad altre lingue
europee di cultura
su un impianto letterario e arcaizzante (le “tre
corone” trecentesche) essa è rimasta abbastanza
stabile per secoli
raggiungimento tardivo dell’unità politica nel 1861
avallo della riforma manzoniana che spingeva in
direzione dell’uso vivo (e opera di scrittori abituati a
scriver chiaro come Collodi, De Amicis, Salgari)
il modello poco alla volta allarga i propri
perimetri e acquista una diffusione crescente.22
fattori
extralinguistici
linguistica
di
unificazione
T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita,
Bari, Laterza, 1963 [siamo nei fatidici anni
sessanta del secolo scorso]
T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia
repubblicana. Dal 1946 ai nostri giorni, RomaBari, Laterza, 2014.
23
B. Migliorini, Storia della lingua italiana, Firenze,
Sansoni, 1960 [rist. varie volte, ancora con Introduzione
di Gh. Ghinassi, 2 voll. Firenze, Sansoni, 1988]
Contini Gianfranco (a cura di), Poeti del Duecento,
2 voll. Milano-Napoli, Ricciardi, 1960.
C. Dionisotti, Geografia e storia della letteratura
italiana, Torino, Einaudi, 1967 [il saggio Per una
storia della lingua italiana, 89-124, è già «edito, in redazione
abbreviata, in “Romance Philology”, vol. XVI, Berkeley
1962»].
Non tutta la letteratura (antica, ma non solo) si
comprende facilmente
Chi m’à faito tree fale,
don-l’ è far me’ compagnom ? (Anonimo genovese, in
Contini 1960: I 715, vv. 1-2).
Quilò se diffinissce la disputatïon
Dra rosa e dra vïora, in lẹ que fo grand tenzon
(Bonvesin da la Riva, in Contini 1960: I 671, vv. 1-2).
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Qui capiamo:
Madonna, dir vo voglio
como l’amor m’à priso,
inver’ lo grande orgoglio
che voi, bella, mostrate, e non m’aita
PSs I 10] vv. 1-4
PSs = I poeti della Scuola siciliana. Edizione promossa dal
Centro di studi filologici e linguistici siciliani. I. Giacomo da
Lentini, edizione critica con commento a cura di R. Antonelli.
II. Poeti della corte di Federico II, edizione critica con
commento diretta da C. Di Girolamo. III. Poeti siculo-toscani,
edizione critica con commento diretta da R. Coluccia, Milano,
Mondadori, 2008.
Non è la scelta originaria di Giacomo e degli
altri poeti della Scuola siciliana che utilizzano
una lingua a base meridionale
(non
strettamente insulare), farcita inoltre di
provenzalismi e di latinismi: la corte del
grande imperatore Federico II di Svevia era
itinerante (per sua natura aperta a contatti
diversi) e i funzionari-poeti di corte erano di
varia provenienza, alcuni nati in Sicilia, altri
nel mezzogiorno continentale, pochi perfino nel
settentrione.
27
grandi canzonieri toscani:
V (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana,
Vat. lat. 3793),
L (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Redi 9,
nelle due sezioni di solito indicate con La e Lb),
P (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, B.R. 217, già
Palatino 418)
dell’ultimo quarto del Duecento o di pochissimo posteriori
Dante legge quei testi in veste analoga
De vulgari eloquentia, composto nel 1304-05,
DVE I xii 3-9
tra i rimatori illustri Guido delle Colonne, Giacomo da
28
Lentini e Rinaldo d’Aquino,
Dante, DVE:
«Siquidem illustres heroes, Fredericus Cesar et benegenitus
eius Manfredus, nobilitatem ac rectitudinem sue forme
pandentes, donec fortuna permisit, humana secuti sunt,
brutalia dedignantes. Propter quod corde nobiles atque
gratiarum dotati inherere tantorum principum maiestati conati
sunt, ita ut eorum tempore quicquid excellentes Latinorum
enitebantur primitus in tantorum coronatorum aula prodibat; et
quia regale solium erat Sicilia, factum est ut quicquid
nostri predecessores vulgariter protulerunt, sicilianum
vocetur; quod quidem retinemus et nos, nec posteri nostri
permutare valebunt
29
«E in verità quei grandi e illustri signori, l’imperatore
Federico e il suo bennato figlio Manfredi, hanno
mostrato tutta la nobiltà e la rettitudine del loro animo, e
finché la fortuna l’ha permesso si sono comportati da veri
uomini, rifiutando con spregio di comportarsi da bestie.
Proprio per questo chi aveva nobiltà di cuore e
abbondanza di doni divini si è sforzato di tenersi a stretto
contatto con la maestà di così grandi signori, sì che a quel
tempo tutto quello che i migliori degli Italiani
producevano nasceva alla corte di quei grandi re. E
poiché la Sicilia era la sede regale, è avvenuto che quello
che i nostri predecessori hanno prodotto in volgare si
chiamasse ‘siciliano’: cosa che tutti noi accettiamo e
che i posteri non potranno mutare».
30
Alessandro Manzoni, «Cinque Maggio», luglio 1821, in
occasione della morte di Napoleone a Sant’Elena
«Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar» (vv. 31-36).
vers. precedente «Noi c’inchiniamo al Massimo
Fattor della natura
Che volle in lui di spirito
Più vasta orma stampar».
31
La scelta della forma siciliana nella versione
definitiva non è banalmente determinata dalla
ricorrenza di lui due versi dopo, come capiterebbe
in un poeta mediocre; si tratta invece del ricorso
intenzionale ad un arcaismo lirico che con la sua
presenza conferisce preziosità e autorevolezza alla
materia trattata.
Nel romanzo Manzoni si comporta diversamente.
32
La scelta di Manzoni nel «Cinque Maggio» non è un
fenomeno eccezionale: il ricorso alla tradizione della
lingua poetica siciliana si spiega con il prestigio
riconosciuto alla stessa, come è documentata dalle
trascrizioni dei copisti toscani
L’opera di toscanizzazione attuata dai copisti edulcora
molti tratti che caratterizzano la lingua dei poeti della
scuola siciliana e, perlomeno in linea teorica, ne favorisce
la accettabilità da parte dei toscani: toccherà a Petrarca
operare una drastica selezione, stabilire cosa accogliere e
cosa rifiutare della dote ricevuta dalle generazioni
precedenti, di fatto imponendo le regole alla poesia
successiva.
33
Ecco qualche esempio di lessico.
frequenza dei lemmi nel corpus siciliano e siculo-toscano
• adornezze ‘ornamento, bellezza’ 14 occorrenze;
adornamento 1; addornessa 1; adornezza 1.
• allegranza ‘contentezza, letizia’ 35 occorrenze;
alegranza 24; alegrezza 17; allegrezza 7; allegrezze 4;
alegraggio 2; alegramento 2; allegrare (inf. sost.) m.
2; alligranza 2; alegressa 1; allegresse 1.
• bellezze f.sing. e f.pl. 46 occorrenze (e bellezz[e] f.pl.
1); bieltate 15; beltà 8; bellezza 7; beltate 4; bieltà 3;
bellesse f.pl. 2; bellore 2 (e bellor 1); bellessa 1;
beltade 1; billici 1.
34
Molta parte di questo patrimonio trova eco in Dante, Petrarca è
invece più selettivo.
Della varietà lessicale predisposta dai Siciliani,
adornamento una sola volta nel Fiore (d’incerta paternità
dantesca); adornezza 2 volte nel Convivio; allegranza 1 volta
nella Vita Nova; allegrezza Dante 1 volta nelle Rime e 6 nella
Commedia, Petrarca 5 volte nel Canzoniere;
bellor solo in Detto d’Amore (incertamente attribuibile a
Dante); beltà 1 volta nelle Rime e 8 nel Canzoniere; beltate 1
volta nelle Rime, 8 nel Canzoniere e 3 nei Trionfi; beltade 3
volte nel Canzoniere; bieltà 3 volte nel Fiore [ma in un caso è
nome proprio], 1 nel Detto, 2 nelle Rime, 1 nella Vita Nova, 3
nel Convivio; bieltate 2 volte nel Fiore [ma in un caso è nome
proprio], 3 nelle Rime, 7 nella Vita Nova [ma in 3 casi è nome
proprio], 4 volte nel Convivio; biltate 1 volta nel Fiore, 1 nelle
Rime, 2 nel Convivio.
La forma di gran lunga tra tutte più frequente è bellezza,
come è ovvio.
35
Ma il resto non viene frettolosamente dimenticato.
L’esile bellore vive fondamentalmente entro il
primo quarto del sec. XIV (LEI 5 972 23-34)
Riesumazione ottocentesca nelle Figurine (1 ediz. 1877),
del piemontese Giovanni Faldella:
«gli balenavano innanzi tutto il bellore e la
degnezza di lei» (LIZ).
36
dittologia sinonimica
‘piacere, gioia’
sollazzo, gioco, gioia, riso, ecc.
Ecco alcune coppie, con i poeti che le stesse utilizzano:
«sollazzo e gioco» (Giacomo da Lentini, Guido delle Colonne,
Anonimo, Guglielmo Beroardi, Inghilfredi, Arrigo
Baldonasco, due diversi Anonimi), «sollazzo e bene»
(Ruggeri d’Amici, Percivalle Doria / Semprebene da
Bologna, Compagnetto da Prato, Arrigo Baldonasco, due
diversi Anonimi) «sollazzo, ispellamento»
(‘conversazione’, cfr. fr. espelir) (Anonimo); «gioco e
solazzo» (due diversi Anonimi), «gioia e solazzo»
(GallettoPisano, Arrigo Baldonasco), «gioco e riso»
(Anonimo), «gioco e allegrezza» (Anonimo).
La formula consente facili espansioni verso la trittologia:
«sollazzo, gioco e riso» (Giacomo da
Lentini,Giacomino Pugliese), «sollazzo ed
allegrare e gioia» (Iacopo Mostacci);
«sollazzo, / gioco ed ispellamento»
(Anonimo).
Fino ad arrivare a un quadrinomio:
«sollazzo e gioco e canti / e compagnia»
(Giacomino Pugliese).
Petrarca:
«solo et pensoso», «a passi tardi et lenti»,
«monti et piagge / et fiumi et selve», «fior’,
frondi, herbe, ombre, antri, onde, aure
soavi», ecc.;
o, con modulo oppositivo, «guerra et pace», «in
ghiaccio e ‘n foco»,
ulteriormente amplificati in «pace non trovo e
non ho da far guerra» o «ardo et son un
ghiaccio».
• unità strutturata di 366 composizioni
• presentazione ideale di una vicenda amorosa in
vita e in morte della amata
• monolinguismo petrarchesco (una lingua
uniforme e molto selettiva, di stampo fiorentino,
coltivata e misurata, non esente da modeste
venature aretine)
• prototipo molto praticato e imitato
40
Carlo Azeglio Ciampi, presidente della repubblica
italiana dal 1999 al 2006, «Accademico onorario della
Crusca»,
Giorgio Napolitano, attuale presidente della repubblica
(Quirinale, 21 febbraio 2011: «La lingua italiana
fattore portante dell’identità nazionale»).
Sono gli unici due Accademici onorari della Crusca
41
«Italia mia, benché il parlar sia indarno / a le piaghe
mortali / che nel bel corpo tuo sì spesse veggio /
piacemi almen che’ miei sospir sian quali / 5 spera ’l
Tevero et l’Arno / e ’l Po, dove doglioso et grave or
seggio ...»
«O patria mia, vedo le mura e gli archi / E le colonne e i
simulacri e l’erme / Torri degli avi nostri, / Ma la
gloria non vedo, /5 Non vedo il lauro e il ferro
ond’eran carchi / I nostri padri antichi. Or fatta
inerme, / Nuda la fronte e nudo il petto mostri».
42
«Italia mia, benché il parlar sia indarno / a le piaghe
mortali / che nel bel corpo tuo sì spesse veggio /
piacemi almen che’ miei sospir sian quali / 5 spera
’l Tevero et l’Arno / e ’l Po, dove doglioso et grave
or seggio ...»
[Petrarca, Canzoniere 128]
«O patria mia, vedo le mura e gli archi / E le colonne
e i simulacri e l’erme / Torri degli avi nostri, / Ma
la gloria non vedo, /5 Non vedo il lauro e il ferro
ond’eran carchi / I nostri padri antichi. Or fatta
inerme, / Nuda la fronte e nudo il petto mostri».
[Leopardi, All’Italia]
43
Fondamentali due episodi:
- pubblicazione delle Prose della volgar lingua di
Pietro Bembo (1525)
- pubblicazione del Vocabolario degli
Accademici della Crusca (1612)
44
G.I. Ascoli, «Archivio Glottologico Italiano» I (1873)
Proemio
«doppio inciampo»:
«scarsa densità della cultura e eccessiva
preoccupazione della forma»
45
Per la situazione della prima metà del Cinquecento,
in cui è centrale il ruolo delle Prose della volgar
lingua di Pietro Bembo (1525) leggete molto
attentamente la sintesi di
Elisa Curti, Bembo e la questione della lingua nel
Cinquecento, i §§ 1,5 e 6
(www.letteraturaitalianaonline.com)
e inoltre il manuale di Bonomi-MasiniMorgana-Piotti, pp. 216-222.
46
Accademia della Crusca
www.accademiadellacrusca.it
notizie sulla storia, i protagonisti, le attività
Fondata a Firenze nel 1582, per impulso decisivo
di Lionardo Salviati (che entra nel sodalizio nel
1583) essa punta a un obiettivo di grandissima
importanza: dotare la civiltà italiana di uno
strumento riconoscibile e accettato per l’uso
scritto.
47
www.accademiadellacrusca.it
Lessicografia della Crusca in Rete
• Le cinque edizioni del Vocabolario si
possono consultare in rete, al sito indicato.
48
centralità del Vocabolario nella cultura italiana
novembre-dicembre 2012
Accademia della Crusca e ASLI (Associazione
per la Storia della Lingua Italiana):
convegno sul tema Il Vocabolario degli Accademici
della Crusca (1612) e la storia della lessicografia
italiana, svoltosi tra Padova (29-30 novembre 2012)
e Venezia (1° dicembre 2012).
49
modello per la lessicografia europea
Dictionnaire de la langue françoise (1694)
Diccionario de la lengua castellana (1726-1739)
Dictionary of the English Language di Samuel
Johnson (1755)
Deutsches Wörterbuch dei fratelli Grimm (1854)
50
Bastiano de’ Rossi «cognominato l'Inferigno,
Segretario e Accademico della Crusca»
avvertenza A’ lettori, premessa alla prima edizione
del Vocabolario (1612): 2 [non numerata]
• obiettivi e metodi del lavoro,
• principi che regolano l’organizzazione del lemma e della
definizione,
• autori assunti principalmente a modello
• selezione a favore degli scritti del buon secolo, «parere
dell'Illustrissimo Cardinal Bembo, de' Deputati alla
correzion del Boccaccio dell'anno 1573 e ultimamente del
Cavalier Lionardo Salviati»
51
«Nel raccoglier le voci degli scrittori, da alcuni
de’ più famosi, e ricevuti comunemente da
tutti, per esser l’opere loro alle stampe, che si
potrebbon dir della prima classe, i quali sono
Dante, Boccaccio, Petrarca, Giovan Villani e
simili»; cfr. Crusca 1612, A’ lettori: 2
[pagina non numerata])
52
• Divina Commedia (1595, 2012):
Accademici della Crusca 1595/2012
La Divina Commedia di Dante Alighieri nobile
fiorentino ridotta a miglior lezione dagli Accademici
della Crusca. Per Domenico Manzani, in Firenze.
Loescher editore e Accademia della Crusca, TorinoFirenze.
53
• Le cose volgari di misser Francesco Petrarca,
curate da Bembo che aveva potuto consultare
l’autografo, erano uscite a Venezia nel 1501 nella
stamperia di Aldo Manuzio
• Il Decameron di messer Giovanni Boccacci…alla
sua vera lezione ridotto dal Cavalier Leonardo
Salviati, Venezia, Per li Giunti di Firenze, 1582.
54
Gli Accademici
disposizione?
non
avevano
stampe
a
- 1472: tre diverse edizioni, a cura di Johann Numeister e
Evangelista Angelini a Foligno, di Georg di Augusta e
Paul di Butzbach a Mantova e della tipografia di Federico
de’ Conti a Venezia (o meno probabilmente a Iesi)
- altre dodici edizioni del poema vengono stampate entro
la fine del Quattrocento
Essi tentano di allestire un’edizione criticamente
impostata, basata su metodo scientifico di
55
confronto tra i testi disponibili
nella prima impressione del Vocabolario del
1612 la Commedia è la fonte maggiore, citata in
5726 voci con ben 22357 occorrenze, contro le
3215 voci con 4826 occorrenze di Canzoniere e
Trionfi del Petrarca e le 6449 voci con 13014
occorrenze del Decameron.
Bembo, certo, nelle dichiarazioni teoriche, ma
la pratica…
56
«Quando Dante comincia a scrivere la Commedia il
vocabolario fondamentale è già costituito al
60%. La Commedia lo fa proprio, lo integra e col
suo sigillo lo trasmette nei secoli fino a noi.
Alla fine del Trecento l’attuale vocabolario
fondamentale italiano è configurato e completo
all’81,5%. Ben poco è stato aggiunto nei secoli
seguenti. Tutte le volte che ci è dato di parlare
con le parole del vocabolario fondamentale, e
accade quando riusciamo ad essere assai chiari,
non è enfasi retorica dire che parliamo la lingua
di Dante. È un fatto» (De Mauro 1999, 2005, p.
57
125).
Gradit, presenza e fortuna del lessico di Dante
(alcuni lemmi della lettera A-)
abbarbaglio m. ‘offuscamento della vista, abbagliamento’
(anche fig.); abbuiarsi
v.rifl. ‘farsi scuro, farsi sera’;
accasciarsi v. rifl. ‘abbattersi, scoraggiarsi’; accidioso ‘pigro,
indolente’;
accosciarsi v. rifl. ‘piegarsi sulle cosce’;
accumulare v.tr. ‘accrescere’;
adocchiare v.tr. ‘scorgere,
individuare’, adduarsi
v.rifl. ‘accoppiarsi, congiungersi’;
alleluiare v.intr. 'cantare l'alleluia, lodare Dio'; ammassicciarsi
v.rifl. ‘sovrapporsi con la propria massa’; ammusarsi v.rifl.
‘toccare l’una il muso dell’altra’ (detto di formiche); ammutare
v.intr. ‘ammutolire’; appetibile s.m. ‘bene, oggetto desiderabile’;
appulcrare v.tr. ‘abbellire, adornare’ nella frase, poi divenuta
proverbiale, parole non ci appulcro [Inf VII 60] ‘non abbellisco
il discorso con altre parole
58
Latinismi oggi di largo consumo:
facile, fertile, infimo, mesto, molesto, puerile,
profano e molti altri
59
frasi celebri di origine dantesca:
campo dell’amore:
«Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende»
«e ’l modo ancor m’offende»
«Amor, ch’a nullo amato amar perdona»
«i segni de l’antica fiamma»
«Galeotto fu il libro e chi lo scrisse»
«la bocca mi basciò tutto tremante»
60
campo della poetica
«mostrò ciò che potea la lingua nostra»
«Onorate l’altissimo poeta»
«’l velame de li versi strani»
«lascia dir le genti»
«lo bello stilo»
61
campi della politica e della vita in genere.
«la vendetta del peccato antico»
«lasciate ogni speranza o voi che entrate»
«non ti curar di lor, ma guarda e passa»
«Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre»
«Ahi Pisa, vituperio de le genti»
«bel paese»
«Ahi serva Italia»
«dolenti note»
«disdegnoso gusto»
«mi fa tremar le vene e i polsi»
«sanza ’nfamia e sanza lodo»
«fiero pasto»
«anime prave».
62
Dante e la più grande letteratura italiana
novecentesca:
Rebora, Montale, Sereni, Amelia Rosselli,
Pasolini, Sanguineti, Luzi, Fortini, Zanzotto
Primo Levi nella bolgia di Auschwitz rievocava
nella propria mente il canto di Ulisse, memoria dei
versi danteschi nel Il viaggio di Ulisse
63
P. Levi, Ad ora incerta, Milano, Garzanti, 1984
«Since then, at an incertain hour.
Dopo di allora, ad ora incerta, / Quella pena ritorna, /
E se non trova chi lo ascolti / Gli brucia in petto il
cuore. / Rivede i visi dei suoi compagni / Lividi nella
prima luce, / Grigi di polvere di cemento, / Indistinti
per nebbia, /Tinti di morte nei sonni inquieti. […] /
Andate. Non ho soppiantato nessuno, / Nessuno è
morto in vece mia. Nessuno. / Ritornate alla vostra
nebbia. /Non è colpa mia se vivo e respiro / E mangio
e bevo e dormo e vesto panni.»
64
Letture pubbliche (a volte corredate da parafrasi e
commenti) del testo dantesco.
Vi si sono cimentati e si cimentano interpreti eccellenti come
Ruggero Ruggeri,
Romolo Valli, Carmelo Bene, Giorgio
Albertazzi, Vittorio Gassman, Arnoldo Foà
Roberto Benigni, che ha letto con grande successo il poema dantesco
davanti a migliaia di spettatori in piazze affollate e a milioni di
telespettatori, esplicitamente dichiara la propria volontà di collegare
la Commedia alla attualità politica e sociale contemporanea
65
l’Accademia della Crusca organizza a Ravenna
una manifestazione intitolata «Dante 2021»
dibattito tra Ranieri Polese (giornalista del
«Corriere della Sera»), Lorenzo Coveri (che
insegna «Linguistica italiana» a Genova) e Roberto
Vecchioni, un cantante molto noto in Italia e forse
conosciuto anche in Brasile: il dibattito si intitolava
«Dante nelle canzoni (e nelle canzonette)»
66
Divine Comedy un album dei tedeschi
«Incubator», «Malecoda» è il nome di una band
statunitense e «Dantesco» il nome di una band
portoricana, a Dante si ispirano brani di gruppi
rock, heavy metal («Iced Earth», Usa), black
metal («Ancient», Norvegia, At the infernal portal
(canto III), 1996), gothic rock / heavy metal
(«Dreams of Sanity», Austria, un intero album
Komödia (1997) prevede nella parte centrale la
partecipazione di Dante, Virgilio e Beatrice)
67
http://www.pensieriparole.it/aforismi/amore
«My dream» .pensieriparole.it/aforismi/amore/
«Nulla addolora maggiormente che ripensare ai
momenti felici quando si è nel dolore»
frase attribuita a «Dante Alighieri. Nato lunedì 1 giugno
1265 a Florence (Italia)»: 97 «Mi piace»
«Simona Iapichino».p
ePoi ch'innalzai un poco più le ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno
versi tratti dal «libro dal libro Divina Commedia di Dante
68
Alighieri e dedicati ad Aristotele»: 21 «Mi piace»
69
tatuaggio in bella vista sulla sua spalla sinistra:
«Fatti non foste a viver come bruti ma per
seguir virtute e canoscenza»
dalla cronaca: la frase «denota senza dubbio
l’amore di Giulia per la cultura e per la
letteratura»
70
inchiesta di «Univ di Roma – La Sapienza» rivolta
ad individuare le opere più rappresentative della
letteratura europea, dalla antichità greca e latina
fino ai nostri giorni.
28 università europee: per evitare qualsiasi forma di
campanilismo, gli intervistati non potevano
indicare autori ed opere della propria
letteratura, dovevano citare solo nomi e testi
stranieri
71
Autori:
Dante (28), Goethe (28), Shakespeare (28), Tolstoj
(25), Cervantes (24), Dostoevskij (24).
Opere:
Chisciotte (24), Amleto (24), Commedia (22),
Faust (18), Guerra e Pace (17), Madame Bovary
(17).
72
«Critica del testo» XIV/3 2011: «Dante, oggi. Nel
mondo».
modi e forme della presenza dantesca in Spagna,
Catalogna, Portogallo, Francia, Inghilterra, Russia,
Polonia, Germania, nel NordAmerica, nell’area
Ispanoamericana, in Brasile, nel mondo arabo e in
Cina
73
Jorge Luis Borges,
Una vita di poesia, opera del 1986, in Italia edita nuovamente
da Spirali nel 2007
«Mi ricordo benissimo quando il caso, tra i meandri della
biblioteca paterna, mi mise in mano per la prima volta la
Commedia. Mio padre aveva una biblioteca composta di autori
inglesi, e io credevo che l'italiano ‒ che non conoscevo, oggi
ancora lo conosco pochissimo ‒ fosse molto differente dallo
spagnolo. A casa mia nessuno sapeva l'italiano. È così che ho
letto Dante, la Commedia di Dante, in inglese. Con passione,
seguendo anche le note, che formavano una specie di
enciclopedia del Medioevo, molto seducente per me, che amo
tanto le enciclopedie. Poi dalle note tornavo al testo; avevo
l'impressione di scivolare dentro labirinti, tra scacchiere,
74
specchi, magie».
«La rileggo a mente, a voce alta o senza
pronunciare una parola, lasciandomi scivolare
nelle spirali di quei versi che traggono
infinitamente verso l'infinito. Alla mia età, avrei il
diritto di essere stanco. Ma, leggendo Dante,
scivolo in un tempo senza tempo, e la mia
immaginazione — impercettibilmente, a momenti
— coglie l'eterno. Forse significa che l'Eterno
esiste. Questa elegante speranza rallegra la mia
solitudine. Cogliere l’eterno, penetrare in un
tempo senza tempo: ecco la risposta alla domanda
“Perché leggere la Divina Commedia?”»
75
Questione: non possediamo l’autografo della
Divina Commedia (né, del resto, di alcuna
opera dantesca. Non possediamo neppure un
parola scritta dalla mano di Dante).
Diversa la situazione di Petrarca, di Boccaccio, di
molti altri autori
76
giugno 1373:
un gruppo di cittadini fiorentini chiede di
essere erudito «in libro Dantis», ritenuto utile «tam
in fuga vitiorum quam in acquisitione virtutum»
lettura pubblica della Commedia da parte di
Boccaccio: domenica 23 ottobre 1373 - gennaio
1374 (Inf. XVII 17)
77
Censimento dei Commenti danteschi di tradizione
manoscritta fino al 1480, a cura di E. Malato – A.
Mazzucchi (2011)
- 42 autori diversi (compresi alcuni anonimi)
- 702 schede descrittive di manoscritti
78
Francesca da Rimini in Inf. V 121-123
E quella a me :«Nessun maggior dolore / che ricordarsi
del tempo felice / ne la miseria ; e ciò sa’l tuo dottore»
Loyse de Rosa, Napoli 1475 ca.:
• Uno dy´ lo singniore do(n)no Alonso me disse :
“Di(m)me, Loyse, èy vero chello che dice Da(n)|te, che
dice “no(n)n ey maiure delore che recordare de lo
tienpo felice inde la | miseria” ?
• Ho signiore do(n)no Alonso, oge fa uno a(n)no che (m)me
ademandastevo se Dante | diceva vero, che disse “no(n)n
ey maiure delore che recordare de lo tienpo | filice inde
la meseria”, p(er)ché yo era stato groriuso et mo era
79
misiro
anonimo salentino, commento al Teseida di
Boccaccio, prima meta del 1487 (corte di
Angilberto del Balzo, conte di Ugento e duca di
Nardò):
la quale Francescha, volendo satisfare | al ditto
poeta de alcune cause de li soi primi in|namorati
li quali male voluntieri li dicea, dix(e) | queste
parole al dicto Dante, videlicet : et quella ad |
me: «Nissun maggior dolore | che recordarse
del | t(em)po felice | nella miseria, et ciò sai il
tuo doctore».
80
Commedia :
otto centinaia di manoscritti superstiti
testo poetico di 14.233 endecasillabi
Stemma Petrocchi 1966-67:
81
82
Stemma Sanguineti 2001:
83
84
Stemma Inglese 2007:
85
86
Stemma Trovato 2007:
87
88
indecidibili numerose varianti lessicali e
semantiche
Questi parea che contra me venisse
con la testa alta e con rabbiosa fame
sì che parea che l’aer ne tremesse / temesse (Inf. I
48)
O anima cortese mantovana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo / moto lontana (Inf. II
60)
89
Ed io che avea d’error / orror la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta? (Inf. III 31).
Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti,
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso / forâr (/ foròn) l’osso, come d’un can,
forti (Inf. XXXIII 76-78)
Non ti dovea gravar le penne in giuso,
ad aspettar più d’un colpo, o pargoletta
o altra novità / vanità con sì breve uso (Purg. XXXI 60).
90
Purg. XXIV 40-63, v. 57:
«O frate, issa vegg’io», diss’elli, «il nodo
che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!»
«di qua dal dolce stil! e il novo ch’io odo!»
(Sanguineti)
*dolce stile ~ *stile novo
«di qua dal dolce stile il novo ch’io odo!»
(Trovato)
«di qua dal dolce stil è il novo ch’io odo!» (Fenzi)
91
Adamo, Par. XXVI, 103-104 e seguenti: «…
“Sanz’essermi proferta / da te, la voglia tua
discerno meglio…”» [Petrocchi]
«… ‘Sanz’essermi proferta, / Dante, la voglia
tua discerno meglio» [Ossola]
92
Purg. XXX 55-57:
«Dante, perché Virgilio se ne vada
non pianger anco, non piangere ancora;
ché pianger ti convien per altra spada».
93
IBIS REDIBIS NON MORIERIS IN BELLO
IBIS, REDIBIS, NON MORIERIS IN BELLO
(vita)
IBIS, REDIBIS NON, MORIERIS IN BELLO
(morte)
Erasmo da Rotterdam, In Novum Testamentum …
(Apologia), Basel, Froben, 1516: «Cosa c’è di più
minuscolo di una virgola? Eppure così poco
basta per produrre un’eresia»
94
La critica del testo (o ecdotica o filologia testuale) è la
disciplina che si occupa specificatamente dell'edizione
dei testi.
Ricerca linguistica e attività di edizione dei testi romanzi
antichi.
L'interesse del linguista storico non può limitarsi ad opere
letterarie, ma deve comprendere anche, e soprattutto,
testi di altra natura: testi documentari, pratici,
scientifici, religiosi, epigrafici, ecc., insomma
qualunque documento linguistico del passato sia giunto
sino ai nostri giorni.
I testi sono l'irrinunciabile punto di partenza di
qualsiasi ricerca di carattere storico.
95
Per rendere accessibile un documento antico ai non
specialisti, o, nei casi più difficili, agli studiosi stessi, è
necessario trascriverlo, interpretarlo, e infine
pubblicarlo secondo criteri grafici ed editoriali
moderni: in ciò consiste anzitutto il lavoro del filologo
testuale.
Può succedere, tuttavia, che di un determinato testo non si
conservi l'originale ma una o più copie in cui sono
presenti degli errori di trascrizione.
Il compito del filologo testuale è, in questo caso quello di
ripristinare le caratteristiche originali del testo,
correggendo tali errori mediante lo studio della
tradizione e, ove ciò non sia possibile, mediante la
congettura.
96
Generalizzando possiamo dire che la critica del
testo mira a fornire di un testo antico
un'edizione che sia accessibile al lettore
moderno e al tempo stesso conforme alla
volontà del suo autore.
Fare l'edizione critica di un'opera significa
fornire un testo che sia il più vicino
possibile all'ultima volontà dell'autore, e al
tempo stesso, leggibile per un pubblico
moderno.
97
Trasmissione del testo:
testimonianza originale (es. Canzoniere di Petrarca –
Decameron di Boccaccio) → edizione interpretativa
(trascrizione secondo criteri moderni, inserimento di
segni interpuntivi e diacritici, separazione delle parole,
adeguamento di maiuscole e minuscole all'uso
moderno);
testimonianza unica non originale → individuazione
degli errori di copiatura e correzione;
testimonianza plurima non originale → l'editore
valuta le varianti più affidabili. Il criterio
dell'affidabilità è dato dagli errori comuni».
Il copista è un uomo e come ogni uomo è soggetto
a sbagliare. I materiali (papiro, pergamena,
carta; inchiostri di varia natura) sono come
qualsiasi mezzo materiale, soggetti a
corrompersi. La nozione di corruttela è perciò
inseparabile dalla nozione stessa di traduzione.
Nessuna copia può ritenersi esente da corruttele.
Le corruttele sono un fatto naturale».
99
Lachmann e Bédier.
Karl Lachmann (1793-1851). Individua per primo i
criteri che presiedono alla costituzione “critica”
[attenti all’aggettivo] di un testo conservato non in
originale né in testimonianza unica, ma in copie
plurime. Il testo viene ricostruito criticamente sulla
base di un’analisi comparativa dell’intera tradizione
manoscritta. Se il procedimento è bene impostato, il
filologo produrrà un testo ricostruito sulla base di
rigorosi principi logici, in maniera quasi automatica.
100
Joseph Bédier (1864-1938). Fondamentale l’art. La tradiction
manuscrite du Lai de l’Ombre, «Romania», LIV (1928), pp.
161-98 e 321-56.
La meccanicità del procedimento lachmanniano è illusoria
perché, essendo bipartita la maggioranza degli stemmi, le
scelte decisive dipendono esclusivamente dalla volontà del
filologo, il quale finisce col mettere insieme lezioni di
provenienza diversa creando un testo nuovo, mai esistito
in realtà. Conviene dunque scegliere un buon manoscritto,
giudicato il migliore, e limitarsi a riprodurlo introducendo
solo correzioni ovvie e indispensabili, perché solo così
saremo certi di leggere qualcosa che ha avuto un’esistenza
storica reale, e non il prodotto soggettivo del gusto
combinatorio di uno studioso moderno, qualcosa che nessun
uomo del MedioEvo ha effettivamente letto.
101
Importantissima la distinzione tra critica delle
lezioni (sostanza lessicale e semantica), su cui
si costruiscono gli stemmi che indicano i
rapporti tra i manoscritti, e critica delle
forme (fonetica e morfologia; solo
eccezionalmente la grafia, quando conservi
tratti caratterizzanti in senso culturale)
102
Petrocchi 1966-67: I 5
Scelta: i quattrocento passi [o meglio i 396
luoghi barbiani] e la antica vulgata, «che
reperiva le sue sorgenti non nel capostipite ma
nel grande lago delle copie boccaccesche».
L’edizione Petrocchi si basa su 27 testimoni scelti
tra i più antichi: 23 pressoché completi, 2 che
contengono solo una cantica e 2 frammenti; per
la prima volta c’è un apparato di varianti relative
a tutti i manoscritti presi in esame e una seconda
fascia di discussione
103
L’edizione Petrocchi della Commedia si fonda sulla
distinzione fra l’antica vulgata (una ventina di codici,
degli anni 1330-55) e la vulgata posteriore, segnata
dalla edizione boccacciana del testo (1365-70).
La sicurezza di Petrocchi nell’affermare che nessuna
lezione genuina possa essere rimasta fuori di
quest’ultima, anche se certo considerevole, tenuti conto
della sue esperienza, non può assumersi come
garanzia assoluta. Né perentoria può ritenersi la data
asserita per la cesura, il 1355, se si ammette che l’editio
boccacciana – non databile, peraltro, con certezza – avrà
impiegato almeno qualche anno prima di diffondersi e
affermarsi come testo autorevole di riferimento»
104
La
ricerca
codicologica
più
recente
(Casamassima, Pomaro, Savino, Boschi
Roriroti) ha imposto pesanti rettifiche alla
ricostruzione di Petrocchi […] e rivoluzionato
il quadro cronologico […] Dei manoscritti
utilizzati da Petrocchi per la sua edizione
restano databili entro l’antica vulgata […] 22
manoscritti […] ma sarebbero da aggiungerne
ben 63: In totale i codici databili entro l’antica
vulgata sono 85, o forse 86.
105
Minuziosissimo tentativo di classificare la
varianti,
simboleggiato
dallo
stemma
riassuntivo, che individua due grandi
famiglie, α e β .
In esso si precisano i due rami che
convenzionalmente, anche se un po’
genericamente, possiamo indicare come α
«tradizione toscana» (articolata al proprio
interno) e β «tradizione settentrionale» (più
precisamente emiliano-romagnola).
106
I rami della tradizione differiscono anche per la diversa
coloritura linguistica.
I codici più importanti sono Triv [Milano, Biblioteca
dell’Archivio storico civico e Trivulziana, del 1337] e
Urb [Città del Vaticano, Vaticano Urbinate latino 366
del 1352] (testimoni distanti fra loro, conservativi e
rappresentanti di tradizioni, se non incontaminate,
meno contaminate delle altre).
107
Importanza di Triv, copiato nel 1337 da
Francesco di Ser Nardo, che aveva allestito a
Firenze una bottega specializzata
nell’allestimento di codici della Commedia.
Sull’altro versante, importanza di Urb, più
tardo [1352], ma risalente al ramo nel quale è
cominciata la diffusione manoscritta della
Commedia.
108
In caso di parità sostanziale delle altre condizioni
(coerenza testuale, genesi dell’innovazione), l’editore
deve dunque promuovere la lezione di Triv + Urb (tanto
meglio se a + β) a scapito della lezione concorrente
diffusa nella zona centrale della tradizione (b + c + d?).
I problemi si presentano quando le lezioni dei due rami
divergono. La linea più precoce (in ordine di tempo) è
quella emiliano-romagnola che quindi, in teoria,
presenta il minor numero di errori.
Attenzione: i manoscritti emiliano-romagnoli sono di data
più tarda, quelli toscani di data più antica.
109
I manoscritti della Commedia secondo l’antica vulgata
si dispongono in uno stemma bipartito, quello che,
secondo le evocative parole di Bédier nel notissimo
articolo sul Lai de l’Ombre, quasi inconsciamente
tenderebbe a produrre il filologo, allo scopo di
riappropriarsi della propria soggettività di scelta di
fronte al testo da pubblicare. Lo scrutinio dell’intera
tradizione dell’opera dantesca spesso non permette a
Petrocchi di decidere in maniera automatica (non per
gusto, per usus scribendi o per altro), quale dei due
rami sia il portatore della lezione giusta, pur se
Petrocchi si propone di ridurre al minimo
l’arbitrarietà delle proprie scelte.
110
Sul campo, si rivela difficile trovare un accettabile punto di
equilibrio tra le differenti opzioni che si presentano al
filologo che, trovandosi a pubblicare un testo conservato
da testimonianze plurime, non intenda rinunziare né ai
vantaggi ricostruttivi che solo il confronto tra i codici
disposti in parallelo consente né alla opportunità di offrire
al lettore moderno un testo che coincida, per quanto
possibile, con un prodotto reale e non con un oggetto
ricostruito (sicuramente composito, a volte addirittura
congetturale) mai esistito nella realtà.
Scelto accortamente il codice migliore (nel nostro caso
Triv), Petrocchi ne conserva fondamentalmente il testo,
ma ricorre sovente al sussidio di altre testimonianze,
quando quella di Triv venga giudicata per vari motivi
inaccettabile e quindi da emendare.
111
Attenzione. Dobbiamo tener conto in primo luogo delle
varianti di sostanza, lessicali e semantiche [le parole e i
costrutti diversi, per capirci]; per la variazione fonetica e
morfologica (non parlo neppure dei fatti grafici, per
carità) l’intervento del copista è decisivo. A questo
proposito, nell’ediz Petrocchi c’è un’avvertenza assai
importante: « […] è vano illudersi di rintracciare fatti
linguistici che non restino circoscritti all’ambiente
scrittorio e all’usus peculiare del copista, e siano
[invece] prova di un’alternanza o di una scelta attribuibili
al poeta» (Petrocchi 1966-67: I 410).
112
Allo stato nell’ediz Petrocchi il testo critico
della Commedia diventa di fatto una
presentazione razionale delle varianti
antiche.
113
Un’edizione di tipo ricostruttivo, che intende
esplicitamente
preservare
anche
Bedier
(«sussistono pertanto le condizioni perché l’editio
critica possa venire incontro a una duplice
esigenza, bédieriana e lachmanniana» è quella di
Sanguineti 2001: LXIX, che introduce molti
elementi di novità.
Sanguineti produce un nuovo stemma, poggiato su
sette manoscritti, avvalendosi, come è giusto, dello
spoglio dei loci selecti preparato dalla SDI ai primi
del Novecento (il metodo di collazione già
suggerito da Barbi) e controllando direttamente i
manoscritti.
114
Il manoscritto scelto a base dell’ediz è il cod.
Urbinate, che da solo rappresenta il ramo (β)
(«genuino rappresentante, da solo, di uno dei due
rami della tradizione» [Sanguineti 2001: LXV]),
localizzato in zona emiliana (o emilianoromagnola) buon manoscritto, latore di molte
lezioni singolari.
In moltissimi casi le lezioni singolari di Urb
sono inaccettabili per un toscano.
115
Coerentemente con questa constatazione, di piena
evidenza, Sanguineti espunge (anche con il ricorso al
confronto con testimoni fiorentini e toscani) i tratti
settentrionali sicuramente imputabili al copista:
metafonesi, mancanza di anafonesi, cambi di vocali
finali, ecc.
È chiaro però che l’aver assunto come testo base un codice
non toscano aumenta, proprio sul piano della fisionomia
linguistica, le difficoltà e i dubbi, moltiplicando
vistosamente il ricorso all’emendazione e facendo
approdare a un testo che, sotto questo punto di vista,
offre un minor grado di approssimazione all’originale
dell’edizione Petrocchi.
116
In una recensione all’ediz Sanguineti uscita sul “Corriere della
sera” del 20 giugno 2001, immediatamente a ridosso
dell’edizione, C. Segre parla di Una Divina Commedia dal
sapore emiliano.
A. Varvaro, Prima lezione di filologia: 91-92): «Sanguineti ha
invece creduto di poter sostenere che la famiglia più autorevole
è quella in cui il principale testimone, il codice Vaticano
Urbinate latino 366 è di area emiliano romagnola. Ciò
sarebbe anche coerente con la circostanza che è in Romagna
dove Dante ha vissuto gli ultimi anni e terminato il poema. Ne
consegue però che la recente edizione Sanguineti della
Commedia, che assume l’Urbinate come buon manoscritto,
cioè come manoscritto di base, ha dovuto eliminare un certo
numero di tratti linguistici e grafici estranei al fiorentino,
intervenendo sul testo numerosissime volte».
117
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ROSARIO COLUCCIA